Massimiliano Marchesi

Massimiliano Marchesi: la sua prestigiosa carriera lo porta anche all’estero, lavorando con la nazionale degli Emirati Arabi, la nazionale del Qatar, poi Al Ittihad e Al Gharafa. Non mancano i successi, su tutti la doppietta nella Champions League asiatica. Oggi è preparatore Atletico del Bologna Calcio.

PERCORSO:
Il suo percorso è chiaro sin da bambino, quando capisce che il suo obiettivo, che l’ha poi guidato nella vita, è quello di lavorare un giorno nel mondo del calcio professionistico. Massimiliano Marchesi, modenese di 52 anni, ha mosso i primi passi calcistici alla Cdr. Portierino nel vivaio degli Orange. La sua carriera, poi, si è sviluppata per tutto il mondo, ma non tra i pali. Preparatore atletico laureato in Scienze Motorie a Bologna nel 1990 e con qualifica federale a Coverciano dal ’96. Gli inizi a Fidenza e Sassuolo in serie D, poi il Modena in C con Stringara, prima, e con la staffetta Santarini – De Biasi poi.

La sua prestigiosa carriera lo porta anche all’estero, lavorando con la nazionale degli Emirati Arabi, la nazionale del Qatar, poi Al Ittihad e Al Gharafa. Non mancano i successi, su tutti la doppietta nella Champions League asiatica.

Negli ultimi anni, si sposta in Inghilterra a collaborare con l’Aston Villa. Della sua grande esperienza ha beneficiato anche l’Italia con l’Inter di Mancini e Mazzarri e, attualmente, il Bologna. Massimiliano è stato recentemente premiato durante l’importante evento Summit Scienze Motorie Mentori, per la categoria Performance.

Giacomo Catalani:
“Quali sono stati i momenti di svolta della tua carriera?”

Massimiliano marchesi:
“Individuarne uno in particolare credo che sia veramente riduttivo. La fortuna di avere anche la sfrontatezza di andare in un posto come l’Arabia Saudita nel 2000 è sicuramente stata importante. Mi ricordo che la gente mi diceva “tu sei matto”.

Adesso è molto di moda parlare sui ritmi che si hanno nelle partite di calcio, per cui in una settimana ci si trova a giocarne tre 0 quattro. Io mi ricordo che magari in quel periodo una squadra araba che faceva la Champions League asiatica poteva fare una partita di campionato poi andare a giocare in Giappone e quindi quel periodo mi ha insegnato parecchio per quello che era la gestione del recupero, pur avendo dei mezzi limitati perché sostanzialmente il recupero veniva fatto in aereo.

Altro aspetto importante è stato poter capire la differenza fra gestire una nazionale piuttosto che una squadra di club. Quando si va in nazionale c’è un’organizzazione completamente diversa rispetto ai club. È importante la raccolta dei dati durante tutta la stagione per capire che quei trenta o quaranta atleti che sono nel giro della nazionale quando ti arrivano hanno delle caratteristiche da rispettare, degli sviluppi di lavoro diversi e diversi club di appartenenza con delle partite giocate o non giocate rispetto ad altri che le hanno giocate tutte.”

Giacomo Catalani:
“Come ti approcci alla fase riabilitativa degli atleti?”

Massimiliano marchesi:
“Questo è un argomento che ho veramente a cuore, tant’è che sono stato per due anni responsabile della palestra ad occuparmi del recupero infortunati. Per cui per capire quello che poteva essere anche una displasia dell’anca piuttosto che un ginocchio trapiantato o una lesione muscolare di un atleta.

Fondamentale è capire la necessità di sviluppare grande sinergia tra il medico, il fisioterapista e il preparatore. Se tu non hai un dialogo e tu non hai una unità d’intenti, capendo quelli che sono i tempi proprio di maturazione degli infortuni e una volta guarito quelli che sono poi le possibilità di performare il lavoro si complica

Il management della cosiddetta area grigia, per esempio quando un atleta è alla quarta settimana di una lesione a un bicipite femorale fino ad arrivare al normale agonismo, è molto, molto importante.”

Giacomo Catalani:
“Quanto è importante il rapporto con i club per essere un professionista come te?”

Massimiliano Marchesi:
“Assolutamente importante. Noi siamo dipendenti di una società e una volta che tu hai discusso il contratto e ti va bene, tu sai che stai lavorando per il club e secondo me la cosa migliore non è tanto cercare di far bene il proprio lavoro, che è il minimo e non conta dove sei. Prima di tutto meglio essere riconosciuto come brava persona che come bravo preparatore perché il bravo preparatore te lo devono riconoscere gli altri, se sei una brava persona sei tu che decidi.

Uno staff serio secondo me riconosce che il capitale del club è il giocatore e quindi tu come professionista devi prima di tutto entrare in uno spogliatoio e portare rispetto e si collega al fatto dell’essere una persona corretta, perché tu alla fine sei sempre un ospite per cui devi sempre essere educato, devi essere sempre molto rispettoso dei ruoli e delle competenze ma soprattutto non devi dimenticare mai di lavorare per il club e essere orgoglioso di quello che fai.”

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