Le immagini dello spagnolo in allenamento hanno acceso il dibattito. Con Vittorio Roncagli, pioniere della Sports Vision e consulente in ambito olimpico, proviamo a distinguere ciò che vediamo, ciò che possiamo ipotizzare e ciò che sappiamo realmente affermare.
Hanno rapidamente attirato l’attenzione dei media le immagini di Carlos Alcaraz con un occhio coperto. E, quasi altrettanto rapidamente, sono arrivate le spiegazioni: occhio dominante o “tecnico”, percezione periferica, coordinazione occhio-mano, adattamento neurale, ricalibrazione del sistema visivo.
Un esercizio particolare, inserito nella preparazione di uno dei migliori giocatori del mondo, non poteva che suscitare curiosità. Ma proprio da questa curiosità è nato lo spunto per provare ad approfondire il tema: non con l’intento di giudicare dall’esterno il lavoro di Alcaraz e del suo staff, quanto piuttosto di capire meglio che cosa possiamo realmente ricavare da alcune immagini e da brevi filmati, senza dare per scontati obiettivi e metodologia dell’esercitazione. Anche per evitare che una pratica pensata all’interno della preparazione di un atleta di altissimo livello venga interpretata troppo semplicemente secondo il principio: “Se lo fa Alcaraz, proviamo a farlo anche noi”.
L’idea nasce da una conversazione con Salvatore Buzzelli, metodologo dell’allenamento, preparatore atletico e coach internazionale di tennis, che ci ha suggerito di allargare il confronto e ci ha messo in contatto con Vittorio Roncagli, uno dei professionisti italiani con maggiore esperienza nell’ambito della Sports Vision, un approccio multidisciplinare che studia e ottimizza il funzionamento del sistema visivo in relazione alle esigenze specifiche della prestazione. Optometrista e psicologo, Roncagli è tra i fondatori dell’European Academy of Sports Vision, ha fatto parte dello Scientific Board dell’International Academy of Sports Vision e ha lavorato come consulente nell’ambito della visione sportiva in diverse edizioni dei Giochi Olimpici e per numerose federazioni.
Prima di entrare nel merito delle nostre domande, Roncagli ha però voluto porre una questione preliminare. Prima ancora di discutere a che cosa possa servire quell’esercizio, occorre stabilire che cosa sappiamo realmente di ciò che Alcaraz stava facendo.
La premessa di Vittorio Roncagli
Prima di chiederci a che cosa serve, che cosa sappiamo davvero?
Le immagini nelle quali Carlos Alcaraz colpisce la palla con un occhio coperto da un piccolo cono sono state rapidamente riprese dai media, e alla curiosità sono seguite quasi subito le spiegazioni: che cosa allena quell’esercizio, a che cosa serve, quali effetti produce.
Prima di entrare in quelle spiegazioni — e prima ancora di chiederci se allenarsi con un occhio occluso serva a qualcosa — conviene fermarsi su una domanda più semplice: che cosa, di tutta questa storia, è davvero documentato?
Su un caso simile si sovrappongono infatti tre piani che è facile confondere:
1. Un conto è ciò che le immagini mostrano.
2. Un altro è il razionale attribuito all’esercizio osservato.
3. Un altro ancora è affermare che l’esercizio produca determinati effetti.
Osservare non è spiegare, e spiegare non è dimostrare.
Non si tratta, a questo punto, di stabilire se quell’esercizio sia utile o inutile. Si tratta di rimettere in fila i fatti prima delle opinioni: quali immagini, quando e da quale fonte; che cosa mostrano davvero e che cosa vi è stato aggiunto; e che cosa, allo stato, non sappiamo.
Partiamo dai fatti
Il contesto, prima di tutto.
Negli ultimi mesi Alcaraz ha dovuto affrontare diversi problemi fisici, ma quello rilevante per questa vicenda è soprattutto l’infortunio al polso destro accusato al Barcelona Open.
Il 14 aprile batte Otto Virtanen, ma durante il primo set avverte un problema al polso. Il giorno successivo, dopo gli accertamenti, annuncia il ritiro dal torneo. Seguono le rinunce a Madrid, Roma, Roland Garros, Queen’s e Wimbledon.
Ancora il 22 luglio, presentando l’entry list dello US Open, l’ATP annota che Alcaraz non disputa un torneo da Barcellona a causa dell’infortunio al polso.
È quindi durante una fase di progressivo recupero e aumento del carico di lavoro che, alla fine di luglio, compare l’immagine destinata a suscitare tanta curiosità: Alcaraz con l’occhio destro coperto da un piccolo cono.
Come nasce la storia del cono: la cronologia
Per capire che cosa sia realmente accaduto conviene seguire gli eventi nello stesso ordine in cui sono diventati pubblici.
La cronologia permette infatti di distinguere tre elementi differenti:
1. ciò che risulta riconducibile ai canali social di Alcaraz
2. ciò che altri hanno ripreso durante i suoi allenamenti
3. ciò che, successivamente, è stato interpretato dai media
30 luglio 2026 — il “July photo dump” di Alcaraz
Il 30 luglio, sull’account Instagram di Alcaraz compare un carosello intitolato “July ☀️”.
Un elemento importante emerge già nello stesso giorno. Baseline Highlights, commentando il carosello appena pubblicato, segnala esplicitamente che tra i contenuti del carosello compare un’immagine nella quale è seduto con un occhio coperto.
È un dato documentale rilevante perché precede di diversi giorni gli articoli che trasformeranno l’occlusione in una notizia. Non si tratta quindi soltanto di un’attribuzione tardiva dei media: esiste almeno una fonte contemporanea alla pubblicazione che collega direttamente un’immagine con l’occhio coperto al carosello Instagram dello stesso Alcaraz.
Nei giorni successivi altre testate rafforzeranno questa attribuzione.
El Debate parlerà esplicitamente di una fotografia pubblicata sul suo account Instagram.
Non disponiamo tuttavia dell’elemento originale del carosello in una forma che consenta di confrontarlo direttamente e senza intermediari con tutte le fotografie e i video successivamente pubblicati dai giornali.
Per questo è necessario mantenere distinta la conclusione documentale dall’inferenza: gli elementi disponibili indicano con ragionevole solidità documentale che almeno un’immagine con l’occhio coperto fosse presente tra i contenuti pubblicati sull’account Instagram di Alcaraz. La documentazione non stabilisce però chi l’abbia materialmente immessa né se la scelta fosse deliberata, e non consente di assumere che tutte le immagini successivamente circolate abbiano la stessa origine.
Nello stesso 30 luglio Antena 3 documenta inoltre un altro video diffuso dai canali social di Alcaraz nel quale il giocatore si allena indoor sul cemento colpendo il diritto ad alta intensità.
Anche questo elemento è utile: documenta che in quei giorni i canali social di Alcaraz pubblicavano contenuti relativi ad alcune fasi della sua preparazione e del recupero.
31 luglio — una nuova seduta, questa volta outdoor
Il giorno successivo compare una seconda serie di immagini.
Alcaraz torna ad allenarsi all’aperto sui campi della Real Sociedad Club de Campo Murcia. Le fonti contemporanee presentano quella seduta come il primo allenamento outdoor pubblicamente documentato dopo il lungo periodo di inattività.
Alle 13:36, Antena 3 riferisce che alcuni video della seduta sono stati diffusi sui propri social dai giornalisti Álvaro Sánchez e Germán R. Abril. La fotografia utilizzata dalla testata viene inoltre attribuita a Germán R. Abril.
Nelle ore successive materiale relativo alla stessa seduta circola attraverso più fonti, compresi giornalisti e soggetti esterni al giocatore.
Questo consente di stabilire un secondo punto importante: il 31 luglio esiste sicuramente un flusso di immagini indipendente dai canali personali di Alcaraz.
La seduta outdoor viene ripresa e resa pubblica anche da soggetti esterni.
La distinzione temporale è decisiva. Il materiale con l’occhio coperto era già stato segnalato il 30 luglio, mentre la seduta outdoor documentata da Abril, Sánchez e dagli altri media avviene il 31 luglio.
Pertanto l’immagine dell’occlusione già presente nella comunicazione del giorno precedente non può provenire da quella seduta outdoor.
Rimane invece aperta una questione più sottile: Alcaraz ha utilizzato nuovamente il cono anche il 31 luglio?
Il 31 luglio La Gazzetta dello Sport descrive nello stesso articolo il ritorno di Alcaraz all’allenamento outdoor e afferma che il giocatore si è coperto l’occhio destro durante il rovescio, presentando quindi l’occlusione come appartenente al contesto della seduta di quel giorno.
Tuttavia, nei filmati contemporanei della seduta outdoor che siamo riusciti a identificare attraverso Abril, Sánchez e le successive incorporazioni giornalistiche, non abbiamo potuto verificare direttamente la presenza del dispositivo.
Rimangono quindi aperte due possibilità: che l’occlusione sia stata utilizzata anche durante la seduta outdoor del 31 luglio oppure che, nel raccontare il ritorno in campo di Alcaraz, siano state associate informazioni provenienti da momenti diversi della preparazione.
La distinzione non è marginale, perché mostra quanto facilmente la cronologia delle pubblicazioni possa essere confusa con la cronologia degli allenamenti.
31 luglio, pomeriggio — la prima spiegazione
Nello stesso articolo la Gazzetta compie anche un passaggio ulteriore.
Non si limita a descrivere l’occhio coperto, ma attribuisce già una funzione all’esercizio: servirebbe a «percepire meglio l’impatto dei colpi» e a «ritrovare la percezione della palla».
La fonte non viene però indicata, né l’interpretazione è attribuita ad Alcaraz, a Samu López o a un altro componente del suo staff.
È il primo momento rintracciato in cui il dato osservabile comincia a trasformarsi in interpretazione funzionale.
3 agosto — l’occlusione diventa una notizia autonoma
Il 3 agosto la vicenda cambia scala.
Le immagini non sono più un dettaglio della preparazione: diventano esse stesse oggetto di articoli dedicati.
Alle 08:57, la Repubblica pubblica come immagine principale Alcaraz con il cono sull’occhio destro. Nella pagina consultabile non è però indicata una provenienza primaria che consenta di stabilire se quella specifica fotografia provenga dal carosello di Alcaraz o da un’altra fonte.
Nella stessa giornata il Corriere della Sera, attraverso un articolo di Gaia Piccardi e le spiegazioni di Michelangelo Dell’Edera, inserisce l’esercizio in una cornice precisa: Sports Vision Training, occhio dominante «tecnico», occhio non dominante «tattico», coordinazione occhio-mano, adattamento dell’assetto al momento dell’impatto e «pulizia» dei colpi. Compare inoltre l’ipotesi che questo lavoro sia «probabilmente conseguente» a una modifica della presa dopo l’infortunio al polso.
Quel «probabilmente» è importante.
Il collegamento con il recupero del polso non viene presentato come un’informazione proveniente dallo staff di Alcaraz, ma come un’interpretazione.
Sempre il 3 agosto, alle 14:14, Adnkronos pubblica l’intervento del fisiatra Andrea Bernetti. La fotografia viene accreditata “Carlos Alcaraz – X”, senza però indicare il post originario o l’account dal quale sarebbe stata tratta.
Sul piano esplicativo il salto è ancora maggiore, senza che vengano forniti dati specifici relativi ad Alcaraz, al dispositivo utilizzato o al protocollo osservato.
Entrano nella narrazione dominanza oculare, perdita della disparità binoculare, indizi monoculari di profondità, adattamento neurale, ricalibrazione sensoriale, modificazioni del gioco di gambe e del punto d’impatto. Viene detto inoltre che, dopo la rimozione dell’occlusione, il giocatore arriverebbe a percepire la palla come più lenta e il campo visivo come più nitido e reattivo.
Adnkronos richiama anche studi scientifici a sostegno dell’efficacia di questo tipo di allenamento, senza però fornire nella pagina consultata riferimenti bibliografici completi che permettano di identificarli e valutarli direttamente.
La pertinenza di quelle pubblicazioni rispetto all’esercizio specificamente osservato in Alcaraz dovrà quindi essere valutata separatamente.
Alle 14:18, il Corriere dello Sport afferma esplicitamente che «lo spagnolo ha pubblicato sui social alcune foto» dell’allenamento con il cono. Non viene però identificato il post specifico.
Alle 14:40, Sky Sport riprende l’analisi di Bernetti e di Adnkronos: Sports Vision Training, occhio tecnico e tattico, adattamento neurale, ricalibrazione e miglioramento della prestazione.
La presenza della stessa spiegazione su più testate non costituisce quindi, in questo caso, una serie di conferme indipendenti: è anche il risultato della propagazione della stessa fonte.
Nel corso della stessa giornata RaiNews, Fanpage, Il Fatto Quotidiano e un secondo articolo della Gazzetta amplificano ulteriormente la storia.
Alcuni riprendono Bernetti, altri Dell’Edera; la Gazzetta dichiara esplicitamente che Dell’Edera aveva fornito la propria spiegazione al Corriere della Sera.
In poche ore la questione è quindi passata da un’immagine curiosa a una spiegazione articolata comprendente dominanza oculare, visione periferica, postura, biomeccanica, coordinazione, adattamento neurale, ricalibrazione sensoriale e miglioramento della performance.
4 agosto — la spiegazione acquista una dimensione istituzionale
Il giorno successivo interviene anche il sito della FITP.
Il titolo presenta direttamente l’occhio bendato come un metodo «per allenare i riflessi» e viene riportato che è utilizzato dalla Federazione dal 2012.
La fotografia viene attribuita al profilo Instagram di Alcaraz; nel testo si scrive inoltre che il giocatore si è «lasciato riprendere» durante l’allenamento.
La FITP presenta lo Sports Vision come un metodo scientificamente accreditato per migliorare tempi di reazione, postura, biomeccanica e prestazione e attribuisce direttamente ad Alcaraz l’obiettivo di «pulire» ulteriormente i propri colpi e ottimizzare la performance.
Anche in questo caso, tuttavia, non viene riportata una dichiarazione del giocatore o di Samu López che confermi quella specifica finalità.
Nello stesso giorno anche la stampa spagnola riprende più ampiamente la vicenda. L’emittente laSexta parla di un «nuovo metodo» destinato a migliorare visione periferica e capacità di reazione, richiamando ancora le spiegazioni di Dell’Edera.
È significativo che una parte della successiva copertura spagnola non nasca da dichiarazioni dello staff di Alcaraz, ma riprenda o sviluppi spiegazioni già comparse nella stampa italiana.
4 agosto — il contesto del recupero rimane aperto
Nello stesso giorno arriva un dato che riporta la vicenda al suo contesto originario.
Il previsto rientro a Cincinnati non si concretizza: l’ATP annuncia il ritiro di Alcaraz perché il recupero del polso non è ancora completato.
È un elemento importante non perché spieghi l’occlusione, ma perché ricorda che tutte queste immagini e interpretazioni appartengono ancora a una fase di recupero e di progressivo ritorno al carico, non alla normale preparazione di un atleta già pienamente rientrato nel circuito.
6 agosto — compare il collegamento con il diritto e il polso
Il 6 agosto José Morón, su Punto de Break, dedica un’analisi specifica all’esercizio e afferma che la sessione era stata condivisa da Alcaraz sul proprio Instagram.
L’interpretazione si spinge oltre.
Viene ipotizzato che la limitazione dell’occhio destro possa modificare l’organizzazione tecnica del gesto e, alla luce dell’infortunio, contribuire perfino a ridurre la dipendenza del diritto dal polso destro.
Poche ore dopo Telecinco aggiunge un’altra cornice interpretativa, questa volta esplicitamente neuroscientifica, attraverso il contributo di una preparatrice e di un neurologo: reclutamento neuronale, fluidità dei circuiti e maggiore rapidità della risposta.
Sempre il 6 agosto Mundo Deportivo scrive che Alcaraz aveva diffuso personalmente immagini della propria preparazione e accredita la fotografia a @carlitosalcarazz. Aggiunge che tra quelle immagini compare materiale nel quale Samu López gli applica il cono sull’occhio destro.
7 agosto — da esercizio a “metodo del team”
Antena 3 parla ormai di un «nuovo metodo di allenamento introdotto dal suo team» e accredita l’immagine a Instagram/Carlos Alcaraz.
La spiegazione riprende José Morón: limitare l’occhio destro costringerebbe il giocatore ad affidarsi maggiormente all’occhio sinistro, alla posizione del corpo, all’equilibrio e ai passi di aggiustamento; viene nuovamente ipotizzata una relazione con la modifica tecnica del diritto e con la necessità di ridurre il carico sul polso.
Ma anche qui l’origine dell’interpretazione rimane esterna allo staff: è l’analisi di un giornalista.
9 agosto — la provenienza viene ormai presentata come acquisita
Il 9 agosto 20minutos scrive che il video era stato pubblicato alcuni giorni prima dallo stesso Alcaraz «in un carosello di Instagram» e accredita l’immagine a @carlitosalcarazz.
Poche ore dopo El Debate formula la ricostruzione in maniera ancora più netta: Alcaraz avrebbe condiviso il proprio ritorno agli allenamenti attraverso i social e in una delle fotografie pubblicate sul suo account Instagram sarebbe apparso con il cono verde sull’occhio destro.
Queste attribuzioni tardive acquistano maggiore consistenza se vengono messe accanto alla testimonianza contemporanea del 30 luglio di Baseline Highlights, che già nello stesso giorno del “July photo dump” segnalava tra i contenuti un’immagine con un occhio coperto.
Ma la cronologia mostra anche qualcos’altro: il 31 luglio esiste una seconda serie di immagini, relativa alla seduta outdoor, prodotta e diffusa anche da soggetti esterni.
Non tutte le fotografie e i video circolati nei giorni successivi possono quindi essere automaticamente ricondotti a un’unica fonte o a un’unica seduta.
E soprattutto rimane irrisolta la questione più importante.
Nella documentazione esaminata non compare una dichiarazione di Alcaraz, di Samu López o di un altro componente identificato del suo staff che attribuisca all’occlusione uno degli obiettivi che nei giorni successivi le verranno assegnati: migliorare la visione periferica, modificare la dominanza oculare, aumentare la reattività, ricalibrare il sistema visivo, «pulire» i colpi, modificare il diritto o proteggere il polso.
Ed è questa la distinzione che la cronologia rende più evidente: la diffusione dell’immagine può essere stata volontaria; la spiegazione della sua finalità, invece, nasce altrove.
Ma il cono occlude davvero tutto l’occhio?
Prima di passare alle spiegazioni dell’esercizio rimane un’altra domanda, apparentemente elementare: siamo sicuri che l’occhio destro di Alcaraz fosse realmente occluso in modo completo?
Nelle ricostruzioni giornalistiche si parla frequentemente di occhio «bendato», «coperto» o di allenamento in visione monoculare. Ma il dispositivo visibile nelle immagini non è una normale benda opaca. È un elemento tridimensionale a forma di cono, la cui superficie sembra presentare numerose aperture; alcune testate lo descrivono esplicitamente come un dispositivo «bucherellato».
Dalla fotografia non è possibile stabilire che cosa Alcaraz potesse effettivamente vedere attraverso quell’occhio. Non conosciamo la struttura interna del dispositivo, la posizione delle aperture rispetto alla pupilla né quale porzione del campo visivo venisse eventualmente lasciata disponibile.
È quindi necessario distinguere tra occlusione completa dell’occhio e riduzione o modificazione dell’informazione visiva che quell’occhio può acquisire.
Sono condizioni visive funzionalmente differenti.
La questione non è soltanto terminologica. Molte delle spiegazioni successive — perdita della visione binoculare, eliminazione della disparità stereoscopica, maggiore utilizzo dell’altro occhio, adattamento alla condizione monoculare e successiva «ricalibrazione» — presuppongono che l’occhio destro sia stato funzionalmente escluso dalla visione.
Ma questo, dalle immagini disponibili, non è dimostrato.
Anzi, la stessa forma del dispositivo pone una domanda ulteriore: se l’obiettivo fosse stato semplicemente impedire completamente la visione dell’occhio destro, perché utilizzare un cono apparentemente perforato anziché un normale occlusore opaco?
La domanda non dimostra quale fosse lo scopo del dispositivo. Potrebbe trattarsi di un’occlusione completa ottenuta con una struttura che dall’esterno non possiamo valutare; oppure il cono potrebbe essere stato progettato per limitare selettivamente parte dell’informazione visiva senza eliminarla interamente.
Nella documentazione giornalistica compare anche quest’ultima interpretazione: El Debate, il 9 agosto, sostiene che il dispositivo servirebbe a ridurre parzialmente l’informazione dell’occhio destro senza bloccarne completamente la visione. Ma anche in questo caso non viene indicata una dichiarazione dello staff che consenta di considerare questa descrizione una spiegazione primaria del protocollo.
Di conseguenza, prima ancora di domandarci che cosa produca un allenamento monoculare, dobbiamo riconoscere che non sappiamo con certezza se ciò che Alcaraz stesse eseguendo fosse realmente un allenamento in condizioni di completa monocularità.
Ancora una volta, l’immagine documenta il dispositivo; non ne documenta automaticamente la funzione ottica.
Dove nasce la spiegazione? Uno sguardo fuori dall’Italia
La cronologia mostra un elemento significativo: l’immagine e la sua interpretazione non hanno seguito necessariamente lo stesso percorso.
Alcaraz è spagnolo, si allena in Spagna e alcune delle prime immagini dei suoi allenamenti vengono diffuse da giornalisti spagnoli. Eppure, tra le fonti rintracciate, è soprattutto in Italia che il “cono” diventa rapidamente oggetto di una costruzione esplicativa articolata: Sports Vision Training, dominanza oculare, occhio «tecnico» e «tattico», percezione periferica, coordinazione occhio-mano, adattamento neurale, ricalibrazione sensoriale, biomeccanica e miglioramento della performance.
Molti di questi concetti provengono da un numero relativamente ristretto di interlocutori e vengono successivamente ripetuti da numerose testate. Molti articoli non significano quindi necessariamente molte conferme indipendenti.
La stampa spagnola segue attentamente il recupero e gli allenamenti di Alcaraz, ma la costruzione interpretativa dell’occlusione emerge più tardi: in parte riprende spiegazioni già apparse in Italia, in parte introduce nuove ipotesi, come il possibile collegamento con la tecnica del diritto e con il problema al polso.
Fuori dall’ecosistema mediatico italo-spagnolo la diffusione appare più limitata. Esistono anche riprese in altri Paesi; almeno in un caso tedesco, tuttavia, l’articolo dichiara esplicitamente di derivare da una partnership editoriale con il Corriere della Sera.
La diffusione internazionale di una spiegazione non equivale quindi necessariamente alla sua conferma indipendente.
Questo non dice nulla sull’efficacia dell’esercizio. Dice però qualcosa sulla storia mediatica della spiegazione.
Se una metodologia viene presentata come innovativa, scientificamente accreditata e rilevante per la prestazione di uno dei migliori giocatori del mondo, è legittimo osservare che la sua interpretazione più articolata si sviluppi soprattutto in un determinato ecosistema mediatico e non sembri provenire inizialmente dallo staff del giocatore o dall’ambiente che ne osserva direttamente gli allenamenti.
Non possiamo attribuire una causa a questa asimmetria.
Possiamo però registrarla, perché dove nasce una spiegazione, chi la formula e chi successivamente la riprende fanno parte dei fatti necessari per valutarne il peso.
Perché renderlo pubblico?
Gli elementi raccolti rendono molto probabile che almeno un’immagine nella quale Alcaraz compare con il dispositivo sull’occhio destro fosse presente nei contenuti pubblicati sul suo account Instagram.
Che l’immagine sia comparsa su un account gestito dal giocatore o dal suo staff rende ragionevole ritenere che facesse parte dei contenuti destinati alla pubblicazione. Ma questo è già un passo interpretativo: la documentazione attesta la presenza dell’immagine tra quei contenuti, non la decisione specifica di renderla pubblica né chi l’abbia presa.
Questo non ci dice però perché.
Il punto è questo.
Se l’esercizio rappresentasse una componente particolarmente innovativa o strategicamente rilevante della sua preparazione, sarebbe legittimo domandarsi perché renderla visibile anche agli avversari.
L’obiezione, tuttavia, è immediata: mostrare un’immagine non significa rivelare un protocollo.
La fotografia non dice durata, frequenza, compito, criteri di progressione, motivo della scelta dell’occhio né finalità assegnata all’esercizio dallo staff.
Alcaraz potrebbe aver pubblicato l’immagine perché la considerava curiosa, significativa o del tutto irrilevante dal punto di vista competitivo. Oppure dietro ciò che vediamo potrebbe esistere un protocollo preciso che non è stato mostrato.
Non possiamo saperlo.
Possiamo però separare tre domande:
Almeno un’immagine nella quale Alcaraz compare mentre utilizza il dispositivo risulta riconducibile ai contenuti pubblicati sul suo account Instagram?
Con ogni probabilità, sì.
Ha spiegato perché lo stesse facendo?
No.
Nessuna delle fonti considerate riporta una spiegazione attribuibile ad Alcaraz, a Samu López o a un altro componente identificato del suo staff.
Possiamo ricavare la risposta semplicemente osservando le immagini?
No.
È lo spazio fra queste tre risposte che è stato progressivamente riempito dalle interpretazioni esterne.
Che cosa sappiamo e che cosa non sappiamo
A questo punto possiamo separare ciò che è documentato da ciò che rimane ipotetico.
Cosa sappiamo
- Alcaraz si trovava in una lunga fase di recupero dopo l’infortunio al polso destro e, alla fine di luglio, stava progressivamente aumentando il carico di allenamento.
- Il 30 luglio esisteva materiale riconducibile al suo account Instagram nel quale Alcaraz compariva con un occhio coperto.
- Il 31 luglio una nuova seduta outdoor è stata ripresa e diffusa anche da soggetti esterni: non tutto il materiale successivamente circolato può quindi essere automaticamente attribuito a una pubblicazione diretta di Alcaraz.
- Tra il 31 luglio e i giorni immediatamente successivi, il significato dell’occlusione è stato progressivamente costruito attraverso spiegazioni giornalistiche e interventi di esperti esterni allo staff del giocatore.
- Molte di queste spiegazioni derivano dalle stesse fonti originarie e non costituiscono quindi conferme indipendenti.
Cosa non sappiamo
- Non sappiamo con certezza se l’occlusione sia stata utilizzata in una sola seduta o in più sedute; per quanto tempo, con quale frequenza, durante quali esercizi e secondo quale progressione.
- Non sappiamo perché fosse stato scelto proprio l’occhio destro.
- Non sappiamo neppure se il dispositivo producesse una vera occlusione completa dell’occhio o una diversa forma di limitazione dell’informazione visiva.
- Non sappiamo se si trattasse di una pratica stabile, di una fase temporanea del recupero, di una prova occasionale o di un elemento appartenente a un protocollo più complesso.
E soprattutto, non abbiamo trovato una dichiarazione di Carlos Alcaraz, di Samu López o di un altro componente identificato del suo staff che spieghi la finalità dell’occlusione.
Questo è il punto centrale.
Le interpretazioni formulate da giornalisti, esperti e altre fonti esterne allo staff ci dicono che cosa alcuni osservatori ritengono che quell’esercizio possa significare.
Nessuna di esse dimostra però quale fosse realmente l’obiettivo dello staff di Alcaraz.
È da questa distinzione che conviene partire prima di rispondere alle cinque domande scientifiche poste da Ilvio Vidovich.
1. Partiamo proprio dalle interpretazioni che abbiamo letto in questi giorni. È stato sostenuto che, limitando la visione di un occhio — indicato in alcune spiegazioni come l’occhio dominante — il sistema nervoso centrale venga indotto a utilizzare maggiormente l’altro, con possibili benefici sulla percezione periferica, sulla reattività e sulla coordinazione occhio-mano. Dal suo punto di vista, quanto c’è di scientificamente fondato in questa spiegazione e quali precisazioni è necessario fare?
La prima precisazione riguarda il caso specifico di Alcaraz.
Non sappiamo che l’occhio destro fosse il suo occhio dominante e non sappiamo neppure se il dispositivo producesse una completa occlusione di quell’occhio.
Dalle immagini possiamo stabilire che davanti all’occhio destro veniva posto un dispositivo; non possiamo stabilire con precisione quale effetto ottico-funzionale producesse né quale informazione visiva rimanesse eventualmente accessibile. Parlare direttamente di “occlusione dell’occhio dominante” introduce quindi due assunzioni che la documentazione disponibile non dimostra.
C’è poi un problema scientifico più generale: la dominanza oculare non può essere trattata come una proprietà unitaria identificabile indipendentemente dal metodo con cui viene misurata.
Test diversi possono valutare forme differenti di dominanza oculare e produrre classificazioni non concordanti nello stesso soggetto (Rice et al., 2008; García-Pérez & Peli, 2019).
Rice e colleghi confrontarono quattro procedure di valutazione della dominanza oculare e trovarono una buona ripetibilità test-retest per ciascuna procedura, ma soltanto un accordo da moderato a scarso tra test differenti. Gli autori conclusero che i risultati variavano in funzione sia della distanza di esame sia della specifica attività richiesta dalla procedura utilizzata (Rice et al., 2008).
Il problema non riguarda soltanto i test clinici tradizionali. García-Pérez e Peli confrontarono due differenti misure psicofisiche di dominanza sensoriale e trovarono concordanza nella classificazione dell’occhio dominante, non dominante o in assenza di dominanza soltanto in 11 soggetti su 40; in 14 soggetti i due test identificarono addirittura come dominante un occhio opposto (García-Pérez & Peli, 2019).
Di conseguenza, prima di affermare che in Alcaraz sia stato coperto “l’occhio dominante” sarebbe necessario sapere quale forma di dominanza sia stata valutata, con quale procedura e quale relazione quella misura abbia con il particolare compito percettivo-motorio richiesto nel tennis. Il fatto che test diversi di dominanza possano produrre classificazioni differenti impedisce infatti di considerare automaticamente intercambiabili i risultati ottenuti con procedure diverse (Rice et al., 2008; García-Pérez & Peli, 2019).
C’è poi un secondo passaggio che, a mio avviso, è ancora più importante.
Costringere un soggetto a eseguire un compito utilizzando l’informazione disponibile attraverso un solo occhio non dimostra, di per sé, che quell’occhio venga “allenato” in modo vantaggioso.
Anche dal punto di vista della plasticità binoculare, l’idea intuitiva secondo cui ridurre l’informazione proveniente da un occhio significhi semplicemente “allenare” quello rimasto disponibile è eccessivamente semplicistica. In adulti normovedenti, brevi periodi di deprivazione monoculare possono produrre, dopo la rimozione della deprivazione, uno spostamento transitorio della dominanza sensoriale a favore dell’occhio che era stato deprivato. In uno studio recente, Steinwurzel e colleghi sostituirono per un’ora l’immagine destinata all’occhio dominante con uno schermo grigio, producendo una deprivazione monoculare incompleta, mentre i partecipanti eseguivano azioni manuali volontarie guidate visivamente; lo spostamento della dominanza sensoriale verso l’occhio deprivato risultò maggiore durante l’esecuzione attiva del compito rispetto alla visione passiva dello stesso input visivo (Steinwurzel et al., 2026).
Questo risultato riguarda la plasticità transitoria della dominanza sensoriale e non dimostra un miglioramento della prestazione sportiva, né riproduce il protocollo eventualmente utilizzato da Alcaraz. Mostra però quanto sia improprio descrivere il fenomeno semplicemente come “coprire un occhio per allenare l’altro” (Steinwurzel et al., 2026).
L’apprendimento percettivo può inoltre mostrare una marcata specificità per il compito e per le condizioni nelle quali è stato acquisito; l’aumento dell’esperienza non implica necessariamente un aumento della generalizzazione e, in determinate condizioni, una maggiore quantità di training può anzi aumentare la specificità dell’apprendimento (Jeter et al., 2010). Anche procedure sviluppate espressamente per favorire il transfer non garantiscono che l’apprendimento di una caratteristica visiva si trasferisca a un compito percettivo differente (Cong et al., 2016).
Un principio analogo emerge nell’apprendimento visuomotorio: la disponibilità dell’informazione visiva durante la pratica influenza il modo in cui il controllo del movimento viene organizzato, e modificare le condizioni informative può produrre strategie di controllo specifiche per quelle condizioni (Proteau & Isabelle, 2002). Eseguire bene un compito in una condizione visiva modificata non equivale quindi a dimostrare che ciò produrrà un vantaggio quando quella condizione verrà rimossa (Proteau & Isabelle, 2002; Jeter et al., 2010; Cong et al., 2016).
Questo punto è particolarmente rilevante per l’idea che l’occlusione possa migliorare la coordinazione occhio-mano. Gonzalez e Niechwiej-Szwedo registrarono simultaneamente i movimenti oculari e quelli della mano durante una sequenza di presa e posizionamento e osservarono che la visione monoculare perturbava la coordinazione temporale tra sguardo e mano durante la transizione tra una fase del movimento e quella successiva (Gonzalez & Niechwiej-Szwedo, 2016). Non possiamo quindi assumere, come principio generale, che ridurre l’informazione binoculare determini necessariamente un miglioramento della coordinazione visuomotoria (Gonzalez & Niechwiej-Szwedo, 2016).
Anche nei compiti intercettivi rapidi esistono evidenze di un vantaggio funzionale della visione binoculare. Mazyn e colleghi fecero afferrare palle da tennis presentate a tre differenti velocità in condizioni monoculari e binoculari. Nei partecipanti con stereopsi normale venivano afferrate più palle in visione binoculare rispetto alla condizione monoculare, e la differenza aumentava con l’aumentare della velocità della palla. Gli stessi autori conclusero che gli effetti negativi della ridotta disponibilità stereoscopica diventavano maggiori quando aumentavano i vincoli temporali del compito (Mazyn et al., 2004).
Un dato coerente emerge anche da uno studio che comprendeva giocatori di cricket e soggetti di controllo. Thomas e colleghi trovarono, considerando complessivamente i partecipanti, tempi di reazione di scelta significativamente più rapidi nella condizione binoculare rispetto a quella monoculare (Thomas et al., 2005). Anche questo risultato non può essere trasferito automaticamente al tennis, ma mostra che non esiste un principio generale secondo cui limitare l’informazione di un occhio debba aumentare la rapidità di risposta (Thomas et al., 2005).
Per quanto riguarda la percezione periferica, occorre distinguere ancora una volta tra modificazione delle condizioni percettive e miglioramento della funzione. L’apprendimento percettivo può essere altamente specifico rispetto alla caratteristica, alla posizione retinica e al compito allenato, e il transfer a condizioni differenti non è automatico (Jeter et al., 2010; Cong et al., 2016).
Questi studi non hanno valutato direttamente la percezione periferica nel tennis; sono pertinenti perché mostrano che il transfer dell’apprendimento percettivo a caratteristiche, posizioni o compiti differenti non può essere presupposto. Pertanto, il fatto che un atleta debba utilizzare diversamente l’informazione periferica durante un esercizio con visione alterata non dimostra che la sua percezione periferica sia successivamente migliorata in condizioni binoculari normali (Jeter et al., 2010; Cong et al., 2016).
Per poter parlare propriamente di miglioramento della percezione periferica, inoltre, sarebbe necessario definire quale funzione si intenda modificare e misurarne il cambiamento con una procedura appropriata. L’apprendimento percettivo è infatti definito operativamente attraverso cambiamenti prestativi prodotti dall’esperienza su compiti specifici, mentre l’entità del transfer deve essere valutata separatamente sulle condizioni non allenate (Jeter et al., 2010; Cong et al., 2016). Non è quindi sufficiente osservare che durante l’esercizio il soggetto adotta una strategia percettiva differente per concludere che una funzione visiva sia stata stabilmente migliorata (Jeter et al., 2010; Cong et al., 2016).
Bisogna infine distinguere prestazione durante l’esercizio, apprendimento e transfer.
Una manipolazione dell’informazione visiva può modificare immediatamente il comportamento durante il compito, ma un cambiamento osservato nella condizione di pratica non dimostra necessariamente un apprendimento persistente né la sua generalizzazione a una condizione percettiva differente (Proteau & Isabelle, 2002; Jeter et al., 2010; Cong et al., 2016).
Questa distinzione è decisiva nel caso che stiamo discutendo, perché il tennis viene normalmente giocato in visione binoculare, mentre l’eventuale esercizio di Alcaraz introduce una condizione visiva deliberatamente alterata.
Gli studi citati non dimostrano che l’esercizio utilizzato da Alcaraz sia inefficace, perché non riproducono il suo protocollo e, come abbiamo visto, non conosciamo neppure con precisione la funzione del dispositivo — il “cono” — visibile in quella fotografia circolata sui social.
Consentono però di affermare che non forniscono una giustificazione scientifica per dedurre automaticamente, dalla semplice riduzione dell’informazione proveniente da un occhio, un miglioramento della coordinazione, della reattività o della percezione periferica: nei compiti studiati sperimentalmente sono stati osservati effetti della specificità delle condizioni di apprendimento e, in alcuni compiti visuomotori e intercettivi, vantaggi della visione binoculare rispetto a quella monoculare (Mazyn et al., 2004; Jeter et al., 2010; Gonzalez & Niechwiej-Szwedo, 2016; Cong et al., 2016).
La conclusione scientificamente sostenibile è quindi più precisa: modificare l’informazione disponibile a uno dei due occhi modifica il problema percettivo e motorio che l’atleta deve risolvere durante l’esercizio (Proteau & Isabelle, 2002; Gonzalez & Niechwiej-Szwedo, 2016). Che tale manipolazione determini un apprendimento utile deve essere dimostrato con misure successive alla pratica; che l’eventuale apprendimento si trasferisca poi al tennis giocato normalmente in visione binoculare costituisce un’ulteriore ipotesi sperimentale, perché il transfer non può essere dedotto automaticamente dall’esistenza di un cambiamento durante la condizione allenata (Jeter et al., 2010; Cong et al., 2016).
Riferimenti bibliografici
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- Steinwurzel, C., Pennella, G., Morrone, M. C., Sandini, G., & Binda, P. (2026). Visually guided voluntary actions boost short-term ocular dominance plasticity. Scientific Reports, 16, 21243.
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2. Si è parlato anche di un rapido “adattamento neurale” durante l’esercizio e di una successiva “ricalibrazione” quando si torna alla visione binoculare, che potrebbe rendere più efficiente l’elaborazione degli stimoli. È corretto pensare che un eventuale cambiamento ottenuto lavorando in condizioni monoculari possa poi trasferirsi alla prestazione tennistica in condizioni normali, cioè utilizzando entrambi gli occhi?
Prima di tutto dobbiamo nuovamente separare il caso Alcaraz dalla letteratura sperimentale.
Non sappiamo se il dispositivo producesse una vera deprivazione monoculare, quanto durasse la sua applicazione né secondo quale protocollo fosse utilizzato.
Pertanto gli studi sulla deprivazione monoculare possono aiutarci a capire quali fenomeni siano fisiologicamente possibili, ma non possono essere considerati una descrizione di ciò che stava necessariamente accadendo ad Alcaraz.
Detto questo, una plasticità visiva a breve termine nell’adulto è documentata. Dopo brevi periodi di deprivazione monoculare, diversi studi hanno osservato uno spostamento transitorio dell’equilibrio tra i due occhi quando viene ripristinata la visione binoculare (Lunghi et al., 2011; Zhou et al., 2013; Min et al., 2018). Ma la direzione dell’effetto è particolarmente importante: paradossalmente, la prevalenza relativa aumenta a favore dell’occhio precedentemente deprivato, non semplicemente a favore dell’occhio che durante il periodo di deprivazione era rimasto libero di vedere (Lunghi et al., 2011; Zhou et al., 2013).
Questo dato è già sufficiente a rendere problematica la spiegazione semplificata secondo cui, coprendo un occhio di un adulto, si “costringerebbe il cervello a usare di più l’altro”, ottenendo poi un vantaggio quando si ritorna alla binocularità. Infatti, negli esperimenti pubblicati, la deprivazione monoculare breve determinava successivamente una maggiore predominanza percettiva proprio dell’occhio che era stato deprivato (Lunghi et al., 2011). Con una procedura di combinazione binoculare, è stato analogamente osservato un aumento del contributo dell’occhio precedentemente occluso alla percezione risultante dalla combinazione delle informazioni dei due occhi (Zhou et al., 2013).
Esistono anche correlati neurofisiologici di questo fenomeno. Dopo 2,5 ore di deprivazione mediante un occlusore traslucido, che lasciava passare la luce ma eliminava l’informazione strutturata dell’immagine, è stato registrato un aumento della risposta corticale evocata dalla stimolazione dell’occhio precedentemente occluso, senza un corrispondente aumento della risposta dell’altro occhio (Zhou et al., 2015). Dopo 150 minuti di deprivazione monoculare è stata inoltre osservata una riduzione della concentrazione di GABA nella corteccia visiva primaria correlata con lo spostamento della dominanza percettiva verso l’occhio precedentemente deprivato (Lunghi et al., 2015). Utilizzando fMRI a 7 T, Binda e colleghi hanno infine riscontrato, dopo due ore di deprivazione, un aumento della risposta BOLD all’occhio deprivato, particolarmente evidente nella corteccia visiva primaria e presente anche nelle aree visive corticali successive (Binda et al., 2018).
Possiamo quindi parlare correttamente di plasticità a breve termine dell’equilibrio binoculare e delle risposte corticali associate (Lunghi et al., 2011; Lunghi et al., 2015; Zhou et al., 2015; Binda et al., 2018). È invece molto più problematico trasformare questi risultati nella frase generica secondo cui, tornando alla visione binoculare, il sistema sarebbe “ricalibrato” e diventerebbe più efficiente nell’elaborare gli stimoli. Gli studi citati hanno misurato dominanza percettiva, contributo relativo dei due occhi alla combinazione binoculare, risposte elettrofisiologiche, concentrazione di GABA e risposte BOLD; non hanno invece dimostrato un aumento generale della velocità di elaborazione visiva, della reattività motoria o della prestazione sportiva (Lunghi et al., 2011; Zhou et al., 2013; Lunghi et al., 2015; Zhou et al., 2015; Binda et al., 2018).
Anche il termine “ricalibrazione” va quindi utilizzato con cautela. Se con questa parola intendiamo che, dopo una manipolazione monoculare, cambia temporaneamente il peso relativo attribuito ai due occhi durante la visione binoculare, esistono dati sperimentali che documentano il fenomeno (Lunghi et al., 2011; Zhou et al., 2013; Min et al., 2018). Se invece con “ricalibrazione” intendiamo che il sistema visivo diventa globalmente più efficiente o che l’atleta acquisisce un vantaggio prestativo, questa seconda affermazione non è dimostrata dagli stessi esperimenti, perché tali outcome non sono stati misurati (Lunghi et al., 2011; Zhou et al., 2013; Min et al., 2018).
Anche la durata dell’effetto deve essere considerata. Lo spostamento dell’equilibrio oculare prodotto dalla deprivazione monoculare breve è transitorio: negli studi sull’adulto l’effetto è massimo subito dopo la rimozione dell’occlusore e tende progressivamente a rientrare verso i valori basali nell’arco delle decine di minuti successive (Min et al., 2018). Questo significa che osservare un after-effect immediatamente dopo la rimozione dell’occlusore non equivale a dimostrare un apprendimento stabile o una modificazione permanente della funzione visiva (Min et al., 2018).
Un risultato recente aggiunge un elemento interessante. Steinwurzel e colleghi hanno confrontato un’ora di deprivazione monoculare incompleta durante l’esecuzione di azioni volontarie visivamente guidate con una condizione di osservazione passiva in cui i partecipanti vedevano la registrazione delle proprie azioni. Lo spostamento della dominanza oculare risultava maggiore quando i soggetti eseguivano attivamente il compito. Questo dimostra che il contesto comportamentale nel quale avviene la manipolazione visiva può modulare l’entità della plasticità della dominanza oculare (Steinwurzel et al., 2026).
Ma proprio questo lavoro mostra quanto sia rischioso trasferire genericamente i risultati al tennis.
I partecipanti svolgevano un compito manuale durante un’ora di deprivazione e il risultato sperimentale era ancora una volta lo spostamento della dominanza oculare, non l’accuratezza di un gesto sportivo, l’anticipazione, il tempo di risposta a una palla o la qualità di un colpo (Steinwurzel et al., 2026). Il fatto che un’azione visivamente guidata possa modulare la plasticità della dominanza oculare non dimostra che qualsiasi attività motoria eseguita con un occhio limitato produca un miglioramento della prestazione successiva (Steinwurzel et al., 2026).
Lo stesso problema riguarda affermazioni ancora più specifiche, come quella secondo cui dopo la rimozione dell’occlusione “la palla sembrerebbe più lenta” o il sistema sarebbe “più nitido e reattivo”. Nessuno degli studi sopra citati ha misurato la velocità apparente di una palla, la percezione della traiettoria di una palla da tennis o la performance di risposta a uno scambio tennistico dopo deprivazione monoculare (Lunghi et al., 2011; Zhou et al., 2013; Lunghi et al., 2015; Zhou et al., 2015; Binda et al., 2018; Min et al., 2018). Questi studi non possono quindi essere utilizzati come prova di tali affermazioni.
Arriviamo così al punto decisivo: il transfer.
Dimostrare che una manipolazione produce un effetto neurofisiologico o percettivo immediato non dimostra che quell’effetto si trasferisca automaticamente a una prestazione diversa e più complessa. Nel tennis, quando il transfer di un allenamento percettivo-cognitivo è stato studiato, è stato valutato esplicitamente anche in condizioni applicate o sul campo, proprio perché il miglioramento nel compito di training non può essere assunto come equivalente al miglioramento della prestazione tennistica (Smeeton et al., 2005; Broadbent et al., 2017).
Smeeton e colleghi, studiando l’allenamento dell’anticipazione in giovani tennisti di livello intermedio, valutarono gli effetti non soltanto durante l’acquisizione ma anche mediante misure di transfer in laboratorio e sul campo (Smeeton et al., 2005). Broadbent e colleghi, studiando specificamente l’anticipazione nel tennis, confrontarono una pratica video in cui le azioni erano presentate nella sequenza contestuale propria dello scambio con una pratica in ordine non sequenziale; nel successivo test di transfer sul campo, il gruppo allenato con la struttura sequenziale mostrò tempi decisionali più rapidi (Broadbent et al., 2017).
Questi studi mostrano concretamente perché il transfer alla prestazione applicata debba essere verificato direttamente e come le caratteristiche informative del compito di allenamento possano influenzare ciò che successivamente si trasferisce al campo (Smeeton et al., 2005; Broadbent et al., 2017).
La conseguenza pratica per il caso Alcaraz è quindi molto semplice.
Anche ammettendo, per ipotesi, che il dispositivo producesse una vera deprivazione monoculare e che questa determinasse una modificazione neuroplastica simile a quella osservata in laboratorio, avremmo dimostrato soltanto un cambiamento del sistema visivo prodotto dalla manipolazione. Per sostenere che questo cambiamento sia utile al tennis dovremmo ancora dimostrare che persista quando il dispositivo viene rimosso e, soprattutto, che migliori una variabile rilevante della prestazione durante il gioco binoculare normale.
La letteratura specifica sul transfer nel tennis mostra che questo passaggio deve essere verificato direttamente nelle condizioni di prestazione e non dedotto dal semplice effetto ottenuto durante l’allenamento (Smeeton et al., 2005; Broadbent et al., 2017).
Perciò distinguerei nettamente tre livelli:
- effetto immediatamente conseguente alla manipolazione
- persistenza dell’effetto o apprendimento
- transfer alla prestazione tennistica
Gli studi sulla deprivazione monoculare documentano il primo livello: un effetto percettivo e neurofisiologico transitorio immediatamente successivo alla manipolazione (Lunghi et al., 2011; Zhou et al., 2013; Lunghi et al., 2015; Zhou et al., 2015; Binda et al., 2018; Min et al., 2018).
Non dimostrano, invece, che quella plasticità costituisca un miglioramento della prestazione tennistica. Quello è precisamente il passaggio che dovrebbe essere provato, e che non può essere sostituito dalla parola “ricalibrazione”.
Riferimenti bibliografici
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3. C’è poi il tema della dominanza oculare. È stata proposta una distinzione tra un occhio “tecnico”, deputato principalmente alla focalizzazione della palla, e un occhio “tattico”, maggiormente coinvolto nell’acquisizione delle informazioni periferiche. È una distinzione scientificamente corretta e sufficiente per decidere quale occhio eventualmente occludere? Oppure è necessario conoscere in maniera molto più approfondita il profilo visivo e coordinativo del singolo atleta?
La prima precisazione è terminologica ma sostanziale.
Nella letteratura scientifica che abbiamo esaminato, non abbiamo trovato la distinzione tra “occhio tecnico” e “occhio tattico” tra le classificazioni della dominanza oculare, né evidenze pubblicate che validino una suddivisione funzionale secondo cui un occhio sarebbe prevalentemente deputato alla focalizzazione centrale della palla e l’altro all’acquisizione delle informazioni periferiche.
Parlare semplicemente di “occhio dominante” riunisce inoltre sotto un’unica etichetta fenomeni che possono essere definiti e misurati in modi differenti.
La letteratura distingue, tra gli altri, la dominanza di mira o sighting dominance, differenti forme di dominanza sensoriale e la preferenza di fissazione. Anche all’interno delle misure sensoriali il risultato può dipendere dall’attributo visivo considerato: sono state utilizzate, per esempio, misure basate sull’acuità di risoluzione, sulla sensibilità al contrasto e sulla sensibilità all’allineamento; inoltre, manipolazioni cromatiche e acromatiche possono produrre effetti separabili sull’equilibrio funzionale tra i due occhi (Suttle et al., 2009; Pointer, 2012; Zhou et al., 2017).
Il punto da chiarire è questo: test differenti di dominanza non necessariamente identificano lo stesso occhio nello stesso individuo (Rice et al., 2008; García-Pérez & Peli, 2019).
Questa distinzione non è puramente terminologica. È stato dimostrato che differenti misure sensoriali basate su acuità di risoluzione, sensibilità al contrasto e sensibilità all’allineamento non devono essere considerate equivalenti (Suttle et al., 2009). Inoltre, manipolazioni cromatiche e acromatiche possono produrre modificazioni separabili dell’equilibrio tra i due occhi, indicando che il loro peso relativo dipende anche dal canale visivo considerato (Zhou et al., 2017).
Rice e colleghi, confrontando differenti test di dominanza, hanno trovato una buona ripetibilità delle singole procedure ma soltanto un accordo moderato o scarso tra test differenti; i risultati dipendevano inoltre dalla distanza e dal compito utilizzato (Rice et al., 2008). Analogamente, è stato dimostrato che due misure psicofisiche di dominanza sensoriale potevano classificare come dominante un occhio diverso nello stesso individuo (García-Pérez & Peli, 2019).
Di conseguenza, dire semplicemente che un atleta possiede un “occhio dominante” senza specificare dominante per quale funzione, misurato con quale paradigma, per quale stimolo e in quale condizione visuomotoria è scientificamente insufficiente (Rice et al., 2008; García-Pérez & Peli, 2019).
Anche l’idea complementare secondo cui un occhio sarebbe principalmente responsabile della focalizzazione centrale della palla mentre l’altro svolgerebbe prevalentemente una funzione periferica è una rappresentazione estremamente riduttiva del funzionamento binoculare.
La dominanza sensoriale non è necessariamente uniforme nello spazio visivo: Xu e colleghi, misurandola in diverse posizioni del campo binoculare, hanno osservato che sia il segno sia l’entità della dominanza possono variare da una regione del campo visivo all’altra (Xu et al., 2011). Ciò rende difficilmente sostenibile l’attribuzione stabile a un intero occhio di una funzione “centrale” e all’altro di una funzione “periferica” (Xu et al., 2011).
La stessa visione periferica non è una funzione che, nel soggetto con normale binocularità, appartenga semplicemente a un occhio diverso da quello utilizzato per la fissazione. Sono documentati fenomeni di integrazione binoculare sia foveale sia periferica. Pardhan e Whitaker, per esempio, hanno misurato la sommazione binoculare a livello foveale e a differenti eccentricità retiniche, trovando nel gruppo normovedente una sommazione binoculare presente anche nel campo periferico (Pardhan & Whitaker, 2000). Pertanto la dicotomia “un occhio guarda la palla, l’altro controlla la periferia” non descrive adeguatamente l’organizzazione funzionale della visione binoculare (Pardhan & Whitaker, 2000; Xu et al., 2011).
C’è poi un ulteriore elemento da considerare: la dominanza misurata in una determinata posizione dello sguardo o con un determinato compito non può essere automaticamente generalizzata a un’altra situazione visuomotoria.
In giocatori di golf, Dalton e colleghi hanno misurato la dominanza oculare sia nella posizione primaria di sguardo sia nella posizione realmente assunta durante il putting e hanno trovato che le due misure non coincidevano e non erano predittive l’una dell’altra; inoltre, la grandezza della dominanza risultava significativamente inferiore nella posizione specifica del putting rispetto alla posizione primaria (Dalton et al., 2015).
Questo risultato non riguarda il tennis e quindi non deve essere trasferito direttamente ad Alcaraz. Dimostra però un principio fondamentale: la configurazione visuomotoria concreta del gesto può modificare ciò che una misura di dominanza descrive (Dalton et al., 2015). Di conseguenza, stabilire in ambulatorio quale occhio prevalga in un semplice test di mira non dimostra quale sia il ruolo funzionale dei due occhi mentre un tennista si sposta, ruota capo e tronco, anticipa una traiettoria e colpisce una palla in movimento (Rice et al., 2008; Dalton et al., 2015).
Esiste oggi anche un dato direttamente riferito al tennis che merita attenzione.
Moreno, Losilla e Capdevila hanno studiato 173 giovani tennisti di alto livello, appartenenti a un programma di selezione e monitoraggio della Federazione Catalana, valutando il profilo di lateralità occhio-mano e la sua relazione con differenti configurazioni degli appoggi durante i colpi. Il 42,2% presentava un profilo oculomanuale crociato e gli autori hanno osservato associazioni tra profilo di lateralità e specifiche preferenze di posizione dei piedi in alcuni gesti tennistici (Moreno et al., 2026).
È un risultato interessante perché suggerisce che la lateralità oculomanuale possa associarsi ad aspetti dell’organizzazione tecnica e biomeccanica del gesto, ma è altrettanto importante precisare ciò che lo studio non dimostra. Non ha confrontato un “occhio tecnico” con un “occhio tattico”, non ha attribuito a un occhio la visione centrale e all’altro quella periferica, non ha utilizzato un protocollo di occlusione e non ha dimostrato che occludere un determinato occhio migliori la prestazione tennistica (Moreno et al., 2026). Gli outcome riguardavano il profilo di lateralità e le configurazioni degli appoggi durante differenti colpi.
Anche la letteratura sportiva complessiva invita alla prudenza. Una revisione sistematica di Moreno e colleghi ha individuato soltanto 14 studi, per complessivi 2.759 partecipanti, sulla relazione tra profili di lateralità occhio-mano e sport; gli autori hanno sottolineato l’eterogeneità metodologica, il numero limitato di lavori e il carattere spesso indiretto delle associazioni osservate con la prestazione, concludendo che sono necessarie maggiore standardizzazione e ulteriori ricerche prima di ricavarne applicazioni pratiche per l’allenamento (Moreno et al., 2022).
È inoltre particolarmente rilevante, rispetto all’idea di attribuire a un occhio una funzione “tattica”, che nella stessa revisione non siano stati individuati studi che mettessero in relazione i profili di lateralità occhio-mano con aspetti cognitivi, tattici o psicologici della prestazione sportiva (Moreno et al., 2022).
Per questo, la dominanza oculare, da sola, non costituisce una base sufficiente per decidere quale occhio eventualmente limitare durante un esercizio. Se test diversi possono identificare dominanze differenti, se la dominanza sensoriale può variare in funzione dell’attributo visivo e della regione del campo, e se persino la posizione dello sguardo specifica del gesto può modificare la misura ottenuta, allora la prescrizione “questo è l’occhio dominante, quindi copriamo questo” richiede ulteriori verifiche che non possono essere sostituite dalla semplice etichetta di dominanza (Rice et al., 2008; Xu et al., 2011; Dalton et al., 2015; Zhou et al., 2017; García-Pérez & Peli, 2019).
Nel tennis la domanda corretta dovrebbe quindi essere molto più specifica: quale funzione vogliamo modificare, quale deficit o caratteristica individuale abbiamo misurato, quale informazione visiva utilizza quell’atleta in quello specifico compito e quale evidenza abbiamo che modificare l’apporto di un determinato occhio produca l’effetto desiderato?
Nel tennis la domanda corretta dovrebbe quindi essere molto più specifica: quale funzione vogliamo modificare, quale deficit o caratteristica individuale abbiamo misurato, quale informazione visiva utilizza quell’atleta in quello specifico compito e quale evidenza abbiamo che modificare l’apporto di un determinato occhio produca l’effetto desiderato?
E nel caso specifico di Alcaraz il problema è ancora precedente: non sappiamo quale forma di dominanza sia stata eventualmente valutata, con quale test, perché sia stato scelto l’occhio destro e, come abbiamo visto, non sappiamo neppure se il cono lo occludesse completamente. Attribuire a quell’occhio il ruolo di “occhio tecnico” e spiegare sulla base di questa etichetta la scelta del dispositivo significa quindi aggiungere a una semplice fotografia una sequenza di informazioni che la fotografia stessa non contiene e che, nella documentazione disponibile, lo staff di Alcaraz non ha dichiarato.
Riferimenti bibliografici
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4. Nella sua premessa ha sottolineato più volte quanto poco sappiamo del protocollo realmente utilizzato da Alcaraz. Se volessimo valutare seriamente un esercizio di questo tipo, quali informazioni dovremmo conoscere? Durata e frequenza dell’occlusione, scelta dell’occhio, tipo di esercizio, valutazioni effettuate prima e dopo? E quanto può cambiare il significato dell’esercitazione a seconda dell’atleta e dell’obiettivo per il quale viene proposta?
Direi che la prima cosa da conoscere è che cosa viene realmente manipolato. Nel caso di Alcaraz vediamo un dispositivo davanti all’occhio destro, ma non sappiamo quale fosse la sua funzione: occlusione completa, riduzione del contrasto, limitazione di una parte del campo visivo o altra alterazione dell’informazione.
Questa distinzione è fondamentale, perché “occludere un occhio” può indicare manipolazioni sensoriali molto differenti. In studi sperimentali sono stati utilizzati, per esempio, sia patch opachi, che eliminano l’informazione visiva dell’occhio, sia diffusori che conservano gran parte della luminanza ma eliminano l’informazione spaziale strutturata (Wang et al., 2024). Prima di attribuire un effetto al “cono”, bisognerebbe quindi caratterizzare esattamente quale informazione visiva il dispositivo eliminava, attenuava o lasciava disponibile.
Poi dobbiamo conoscere la dose: quanto dura una singola esposizione, quante esposizioni vengono effettuate nella stessa seduta, con quale intervallo e quante volte il protocollo viene ripetuto nei giorni o nelle settimane successive. Non è un dettaglio. La letteratura sulla deprivazione monoculare breve ha mostrato risultati differenti in funzione sia della durata sia del paradigma utilizzato per misurare l’effetto. Prosper e colleghi hanno osservato differenze fra durate differenti, mentre Min e colleghi avevano rilevato una minore dipendenza dalla durata in un diverso paradigma di misura (Min et al., 2018; Prosper et al., 2023).
La letteratura non autorizza quindi a postulare una relazione universale e semplice tra durata della deprivazione ed entità dell’effetto: durata, protocollo e metodo con cui l’effetto viene misurato devono essere specificati (Min et al., 2018; Prosper et al., 2023).
Anche la frequenza delle esposizioni non può essere lasciata indefinita. Due ore di deprivazione monoculare ripetute per cinque giorni consecutivi non hanno prodotto un accumulo progressivo dell’effetto rispetto alle singole sessioni (Min et al., 2019). In uno studio successivo, due ore di deprivazione ripetute per sette giorni continuarono invece a produrre un effetto giornaliero di entità sostanzialmente stabile, senza una progressiva attenuazione della risposta (Zou et al., 2024). Questi risultati mostrano che gli effetti delle esposizioni ripetute non possono essere descritti semplicemente secondo la formula “più occlusione = più adattamento” (Min et al., 2019; Zou et al., 2024).
Bisogna poi sapere quale occhio viene interessato e perché. Come abbiamo visto, la semplice etichetta di “occhio dominante” non è sufficiente: test differenti possono produrre classificazioni differenti nello stesso individuo e differenti forme di dominanza oculare non sono necessariamente intercambiabili (Rice et al., 2008; García-Pérez & Peli, 2019). Pertanto la scelta dell’occhio dovrebbe derivare da un’ipotesi funzionale esplicita e verificabile, non semplicemente dall’affermazione che quello sia “l’occhio dominante” (Rice et al., 2008; García-Pérez & Peli, 2019).
Un’altra variabile decisiva è che cosa l’atleta fa mentre la sua informazione visiva viene modificata. Un lavoro recente ha mostrato che lo stesso periodo di deprivazione monoculare incompleta produceva uno spostamento della dominanza oculare maggiore quando i soggetti eseguivano attivamente azioni visivamente guidate rispetto a quando osservavano passivamente la registrazione delle medesime azioni (Steinwurzel et al., 2026). Il compito svolto durante la manipolazione non è quindi un elemento accessorio del protocollo: può contribuire a determinarne l’effetto (Steinwurzel et al., 2026).
Nel tennis questo punto diventa ancora più importante, perché l’apprendimento non dipende soltanto dal fatto di “vedere una palla”, ma dalle relazioni informative che collegano percezione e azione. Il concetto di representative learning design sottolinea la necessità che le informazioni disponibili durante la pratica mantengano una relazione funzionale con quelle che regolano l’azione nella situazione competitiva (Pinder et al., 2011). La letteratura sull’allenamento percettivo-cognitivo nello sport considera infatti ritenzione e transfer alla prestazione sul campo criteri centrali per valutare l’efficacia di un intervento (Broadbent et al., 2015).
Questo principio è stato verificato direttamente anche nel tennis. Broadbent e colleghi hanno utilizzato un disegno pre-practice-retention-transfer e hanno mostrato che modificare la struttura contestuale delle sequenze osservate durante l’allenamento influenzava il successivo transfer sul campo dell’anticipazione (Broadbent et al., 2017). Krause e colleghi hanno inoltre studiato specificamente la rappresentatività delle condizioni di pratica nel tennis, mostrando che il modo in cui il compito di allenamento conserva le caratteristiche della prestazione competitiva è rilevante per l’acquisizione e il transfer dell’abilità (Krause et al., 2019).
Pertanto non basta sapere che Alcaraz colpiva una palla con un dispositivo davanti all’occhio: dovremmo sapere quale colpo eseguiva, da chi e come veniva inviata la palla, con quali velocità, traiettorie e rotazioni, con quali possibilità decisionali, con quale movimento e intensità e all’interno di quale sequenza di gioco (Broadbent et al., 2017; Krause et al., 2019).
Dovremmo poi sapere con precisione quale risultato si voleva ottenere. “Migliorare la visione”, “aumentare la reattività” o “pulire i colpi” non sono outcome scientificamente sufficienti. Se l’obiettivo fosse modificare la dominanza sensoriale o il contributo relativo dei due occhi alla visione binoculare, bisognerebbe misurare precisamente quella variabile; se fosse migliorare l’anticipazione, il tempo decisionale, l’accuratezza del colpo o la risposta a determinate traiettorie, dovrebbero essere misurate precisamente quelle variabili.
Gli studi di allenamento percettivo-cognitivo nel tennis distinguono infatti l’effetto sul compito allenato dalle misure di ritenzione e dalle misure di transfer alla prestazione applicata (Broadbent et al., 2017).
Le valutazioni prima e dopo sono quindi indispensabili, ma un semplice confronto immediato pre-post non sarebbe ancora sufficiente per parlare di apprendimento. Occorre verificare se l’effetto persiste dopo la fine dell’esercizio e se si manifesta anche nella situazione alla quale dovrebbe trasferirsi; per questo gli studi sull’apprendimento percettivo-cognitivo utilizzano misure separate di acquisizione, ritenzione e transfer (Broadbent et al., 2015; Broadbent et al., 2017).
In assenza di queste misure, un cambiamento osservato subito dopo aver tolto il dispositivo potrebbe rappresentare soltanto un after-effect transitorio della manipolazione e non un miglioramento stabile della prestazione (Min et al., 2018; Prosper et al., 2023).
Questo è anche il motivo per cui un miglioramento in un test non equivale necessariamente a un miglioramento sportivo. In giocatrici di pallavolo, per esempio, sei settimane di training visivo non specifico hanno migliorato alcune misure cognitive, mentre l’allenamento tradizionale specifico per la pallavolo ha prodotto miglioramenti superiori nelle abilità proprie dello sport (Formenti et al., 2019). Il risultato offre un esempio sperimentale del fatto che modificare una funzione misurabile non autorizza, di per sé, a concludere che sia migliorata anche la prestazione sport-specifica.
Infine c’è il singolo atleta. Anche all’interno di popolazioni omogenee di giocatori professionisti esiste variabilità interindividuale nelle strategie motorie utilizzate per risolvere lo stesso compito tennistico. In uno studio su giocatori professionisti sono state osservate differenze interindividuali nell’organizzazione cinematica del servizio; gli autori hanno sottolineato che i vincoli del compito delimitano, ma non eliminano, differenti soluzioni individuali (Deghaies et al., 2026).
Questo non dimostra che l’occlusione debba necessariamente essere individualizzata, ma dimostra perché un esercizio osservato in un atleta d’élite non può essere trasformato automaticamente in una prescrizione universale (Deghaies et al., 2026).
Per valutare seriamente il protocollo di Alcaraz dovremmo quindi conoscere almeno: caratteristiche del dispositivo e informazione visiva effettivamente modificata; occhio interessato e criterio della scelta; durata di ogni esposizione; numero e frequenza delle esposizioni; compito eseguito durante la manipolazione; colpo e situazione di gioco; intensità e progressione; obiettivo dichiarato; misure basali; outcome immediati; ritenzione; transfer alla prestazione binoculare sul campo.
Ognuna di queste variabili può cambiare il significato dell’intervento e l’effetto che possiamo legittimamente attribuirgli (Pinder et al., 2011; Broadbent et al., 2015; Prosper et al., 2023; Steinwurzel et al., 2026).
Ed è proprio qui che ritorniamo al problema iniziale: di tutto questo, nel caso Alcaraz, non conosciamo praticamente nulla. Abbiamo osservato un “cono” e un esercizio. Non abbiamo osservato un protocollo sperimentale, non conosciamo l’ipotesi dello staff e non disponiamo dei dati che permetterebbero di verificare se l’obiettivo sia stato raggiunto.
Per questo attribuire al cono una funzione precisa sulla base della sola immagine significa partire dalla conclusione prima di possedere le informazioni necessarie per dimostrarla.
Riferimenti bibliografici
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- Broadbent, D. P., Ford, P. R., O’Hara, D. A., Williams, A. M., & Causer, J. (2017). The effect of a sequential structure of practice for the training of perceptual-cognitive skills in tennis. PLoS ONE, 12(3), e0174311.
- Deghaies, K., Lussiana, T., Touzard, P., Fourel, L., Ozan, S., Brechbuhl, C., Gindre, C., Bideau, B., & Martin, C. (2026). Tennis serve constraints delimit but do not prohibit individual movement strategies among professional players. Journal of Human Kinetics, 102, 44–55.
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- Rice, M. L., Leske, D. A., Smestad, C. E., & Holmes, J. M. (2008). Results of ocular dominance testing depend on assessment method. Journal of AAPOS, 12(4), 365–369.
- Steinwurzel, C., Pennella, G., Morrone, M. C., Sandini, G., & Binda, P. (2026). Visually guided voluntary actions boost short-term ocular dominance plasticity. Scientific Reports, 16, 21243.
- Wang, M., McGraw, P. V., & Ledgeway, T. (2024). Collective plasticity of binocular interactions in the adult visual system. Scientific Reports, 14, 10494.
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5. Arriviamo infine all’aspetto probabilmente più pratico. Dopo la diffusione delle immagini di Alcaraz, è facile immaginare allenatori, giovani giocatori o semplici appassionati tentati di riprodurre l’esercizio. Prima ancora di chiedersi come eseguirlo o da chi farlo supervisionare, quali elementi dovrebbero dimostrare che esiste realmente un razionale per utilizzarlo in quello specifico atleta e per quello specifico obiettivo? E quali problemi può creare la semplice riproduzione di un esercizio osservato in un campione, senza conoscerne protocollo, indicazioni e soprattutto senza sapere se gli eventuali effetti ottenuti possano realmente trasferirsi alla prestazione tennistica?
La prima domanda, a mio avviso, non dovrebbe essere “chi deve supervisionare questo esercizio?”, ma una domanda precedente: perché dovremmo prescriverlo?
Un esercizio può certamente costituire un’ipotesi di lavoro, ma per trasformarlo in un intervento finalizzato alla prestazione occorre definire quale funzione si vuole modificare, perché quella funzione sia rilevante per il tennis e con quale misura si intenda verificarne il risultato.
La letteratura sull’allenamento percettivo nello sport mostra che il miglioramento nel compito utilizzato per allenarsi non garantisce automaticamente il transfer alla prestazione sportiva e che la probabilità di transfer dipende dalle caratteristiche informative e percettivo-motorie del compito di training (Broadbent et al., 2015; Hadlow et al., 2018).
Questo punto è importante perché esistono studi che hanno ottenuto risultati positivi con programmi di visual training nel tennis. In un trial randomizzato su giovani tennisti, dodici settimane di visual training hanno prodotto miglioramenti in alcuni parametri della prestazione sul campo (Bonato et al., 2020). Un altro studio su giovani tennisti ha riportato miglioramenti del reaction time e di alcune misure motorie sul campo dopo sei settimane di training con FitLight, soprattutto nei giocatori più giovani, pur sottolineando gli stessi autori il possibile contributo dei processi maturativi (Forni et al., 2022).
Una meta-analisi più recente di trial randomizzati ha inoltre rilevato complessivamente effetti positivi del visual training sia sul tempo di risposta decisionale sia su outcome sport-specifici, pur in presenza di una significativa eterogeneità tra studi, protocolli e risultati (Guo et al., 2025).
Questi dati dimostrano che specifici protocolli di allenamento visivo, percettivo o visuomotorio possono produrre effetti misurabili nello sport e anche nel tennis; non dimostrano però che qualsiasi manipolazione visiva, e in particolare quella osservata in Alcaraz, produca gli stessi effetti (Bonato et al., 2020; Forni et al., 2022; Guo et al., 2025).
È importante anche chiarire che il visual training non coincide con una singola tecnica. È un intervento strutturato che può comprendere una sequenza organizzata di procedure differenti, selezionate in funzione dell’abilità visiva, percettiva o percettivo-motoria che si intende allenare. L’occlusione monoculare rappresenta soltanto una possibile manipolazione e non può essere considerata, da sola, sinonimo di visual training (Lochhead et al., 2024).
La distinzione è essenziale. Abernethy e Wood, utilizzando programmi generalizzati di visual training destinati agli sport di racchetta, non trovarono evidenza che tali programmi migliorassero la prestazione visiva o motoria oltre gli effetti attribuibili alla familiarizzazione con i test (Abernethy & Wood, 2001). Una revisione critica successiva della relazione tra valutazioni visive, visual training e prestazione sul campo ha sottolineato la notevole eterogeneità dei protocolli e la difficoltà di ricavare conclusioni generali sull’efficacia sportiva da miglioramenti ottenuti in test visivi o compiti di training (Laby & Appelbaum, 2021).
La domanda scientifica non è quindi se “il visual training funziona”, ma quale intervento, su quale funzione, in quale atleta e con quale evidenza di transfer alla prestazione reale (Abernethy & Wood, 2001; Laby & Appelbaum, 2021; Guo et al., 2025).
C’è però un elemento ancora più importante nel caso Alcaraz. Nella letteratura scientifica specificamente dedicata al visual training nel tennis che abbiamo identificato, non abbiamo rintracciato studi nei quali l’allenamento tennistico venga effettuato occludendo staticamente, in modo totale o parziale, un singolo occhio mediante benda, patch o un dispositivo analogo a quello osservato nelle immagini di Alcaraz.
La più ampia revisione sistematica recente sullo Sports Vision Training ha identificato 126 studi condotti su atleti, dei quali otto specificamente nel tennis; nell’intero corpus soltanto due lavori appartenevano alla categoria naturalistica “occlusion (eye patch)” (Lochhead et al., 2024). Il dato mostra quanto l’impiego dell’occlusione monoculare statica sia raro nella letteratura sul training visivo sportivo; inoltre, tra gli studi tennis-specifici da noi identificati non emerge un protocollo paragonabile a quello che viene attribuito ad Alcaraz.
È importante soprattutto non confondere questa procedura con quella che nella letteratura tennistica viene frequentemente chiamata “occlusion training”. In questi studi l’occlusione riguarda generalmente l’informazione presente nella scena, non uno dei due occhi: parti di un filmato vengono nascoste oppure la visione dell’azione viene interrotta in determinati istanti per studiare o allenare l’anticipazione (Farrow & Abernethy, 2002; Farrow et al., 2005).
Farrow e colleghi, per esempio, manipolavano temporalmente l’informazione disponibile durante il servizio per stabilire quando il giocatore acquisisse gli indizi utili a prevederne la direzione; in alcuni paradigmi i partecipanti dovevano anche produrre una risposta motoria reale, ma la manipolazione rimaneva una occlusione temporale della scena visiva, non l’occlusione continuativa di un singolo occhio durante il gesto (Farrow et al., 2005).
Anche lavori tennistici più recenti utilizzano il termine occlusione nello stesso significato. Carboch e colleghi hanno allenato l’anticipazione della risposta al servizio attraverso registrazioni video che venivano interrotte in specifici momenti dell’azione del battitore: ancora una volta veniva manipolata la quantità temporale di informazione disponibile nella scena, non l’apporto di uno dei due occhi (Carboch et al., 2025).
La revisione di Lochhead e colleghi conferma più in generale questa distinzione: i paradigmi di occlusione percettivo-cognitiva comprendono procedure nelle quali vengono oscurate spazialmente o temporalmente parti dell’informazione visiva della scena, tra cui video training, temporal occlusion e spatial occlusion (Lochhead et al., 2024). Occludere l’informazione della scena e occludere un occhio sono manipolazioni percettive differenti e i risultati ottenuti con la prima non possono essere utilizzati automaticamente come prova dell’efficacia della seconda (Lochhead et al., 2024).
Anche gli studi che hanno riportato effetti positivi del visual training nel tennis non forniscono, allo stato attuale, una validazione del tipo di esercizio osservato in Alcaraz. Nel trial randomizzato di Bonato e colleghi, per esempio, i giovani tennisti eseguirono per dodici settimane un programma costituito da esercizi visuomotori associati a movimenti e gesti tennistici; non veniva utilizzata un’occlusione monoculare (Bonato et al., 2020).
La conseguenza è molto concreta. Possiamo trovare letteratura sul visual training nel tennis e possiamo trovare letteratura sull’occlusion training nel tennis; ma, nella letteratura che abbiamo identificato, l’evidenza positiva relativa a questi protocolli non riguarda l’allenamento tennistico con un singolo occhio parzialmente o totalmente occluso. Utilizzare quegli studi per giustificare scientificamente il dispositivo visto su Alcaraz significherebbe trasferire l’evidenza da una manipolazione sperimentale a un’altra che non è stata studiata nello stesso modo (Bonato et al., 2020; Lochhead et al., 2024; Carboch et al., 2025).
La conseguenza è molto concreta. Possiamo trovare letteratura sul visual training nel tennis e possiamo trovare letteratura sull’occlusion training nel tennis; ma, nella letteratura che abbiamo identificato, l’evidenza positiva relativa a questi protocolli non riguarda l’allenamento tennistico con un singolo occhio parzialmente o totalmente occluso. Utilizzare quegli studi per giustificare scientificamente il dispositivo visto su Alcaraz significherebbe trasferire l’evidenza da una manipolazione sperimentale a un’altra che non è stata studiata nello stesso modo (Bonato et al., 2020; Lochhead et al., 2024; Carboch et al., 2025).
Questi risultati non provano che utilizzare temporaneamente una limitazione monoculare sia dannoso, ma dimostrano che essa può modificare in modo significativo proprio i processi percettivo-motori utilizzati per interagire con oggetti in movimento (Mazyn et al., 2004; Gonzalez & Niechwiej-Szwedo, 2016).
Per questo eviterei anche un allarmismo non supportato. Gli studi che stiamo discutendo non documentano che una breve esperienza monoculare provochi di per sé un danno visivo in un adulto sano. Il problema del “fai da te”, nel contesto che stiamo discutendo, è soprattutto un altro: si introduce deliberatamente una perturbazione della condizione visiva normale mentre l’atleta esegue un compito rapido e coordinato, senza sapere se quella perturbazione sia utile, quale informazione stia eliminando e quali adattamenti stia inducendo.
Gli effetti documentati della monocularità sulla coordinazione occhio-mano e sui compiti intercettivi giustificano quindi cautela quando la manipolazione viene inserita in esercitazioni dinamiche ad alta velocità, ma non autorizzano a inventare rischi clinici che non siano stati dimostrati (Mazyn et al., 2004; Gonzalez & Niechwiej-Szwedo, 2016).
Prima di utilizzare una manipolazione monoculare sarebbe inoltre necessario conoscere lo stato visivo e binoculare dell’atleta. Una stessa procedura non può essere interpretata allo stesso modo in un soggetto con normale binocularità, in un soggetto con stereopsi ridotta o in presenza di anomalie oculari o binoculari. Più in generale, il consenso del Comitato Olimpico Internazionale sulle problematiche oftalmologiche nello sport d’élite sottolinea la rilevanza della funzione e della salute visiva dell’atleta e della gestione specialistica delle condizioni oculari clinicamente significative (Moe et al., 2023).
Da qui deriva anche la risposta alla domanda “da chi dovrebbe essere supervisionato?” Se la manipolazione riguarda una funzione visiva o binoculare, la sua valutazione richiede competenze specifiche nell’esame del sistema visivo; se l’obiettivo dichiarato è migliorare una prestazione tennistica, la costruzione e la verifica del compito richiedono anche competenze specifiche di tennis, apprendimento motorio e performance.
La letteratura sul representative learning design mostra infatti che il transfer dipende dalla conservazione delle relazioni funzionali fra informazioni percettive e azioni che caratterizzano la situazione competitiva (Pinder et al., 2011; Broadbent et al., 2015; Hadlow et al., 2018).
Qui una distinzione deve essere esplicita: supervisionato non significa validato. Un professionista competente può valutare meglio il soggetto, controllare le condizioni dell’esercizio e misurarne gli effetti; non può però sostituire con la propria competenza l’evidenza che manca.
Le revisioni e meta-analisi sul training percettivo-cognitivo nello sport mostrano infatti che il transfer verso la prestazione reale deve essere valutato separatamente dagli effetti ottenuti nei compiti allenati o in laboratorio. Zhu e colleghi, per esempio, hanno osservato che gli effetti del training su anticipazione e decisione erano maggiori nelle misure di laboratorio rispetto alle misure di prestazione reale, confermando che il transfer non può essere presupposto (Zhu et al., 2024).
Prima di proporre un esercizio di questo tipo, quindi, dovremmo poter formulare almeno una sequenza verificabile: qual è il problema o la funzione che abbiamo identificato? Quale evidenza collega quella funzione alla prestazione tennistica? Perché la limitazione di quell’occhio dovrebbe modificarla? Quale dose utilizziamo? Quale outcome misuriamo? Quanto dura l’eventuale effetto? E, soprattutto, migliora qualcosa quando il giocatore torna alla visione binoculare e alla situazione normale di gioco?
La ricerca sull’apprendimento e sul transfer nello sport considera precisamente la ritenzione e la generalizzazione alla situazione di prestazione come prove distinte dal semplice miglioramento durante l’acquisizione (Broadbent et al., 2015; Hadlow et al., 2018).
Solo dopo queste domande ha senso discutere il protocollo operativo. Senza di esse, riprodurre l’immagine di Alcaraz significa sostanzialmente copiare la forma esterna di un esercizio senza conoscerne né l’indicazione, né il dosaggio, né l’obiettivo, né gli effetti.
E il fatto che quell’esercizio sia stato osservato in uno dei migliori giocatori del mondo non costituisce una prova della sua efficacia: documenta soltanto che quel giocatore, in quella particolare fase e per ragioni che non conosciamo, lo ha eseguito.
Per questo non direi a un allenatore o a un giovane giocatore semplicemente “non fatelo”. Direi: prima stabilite che cosa state cercando di ottenere e quale evidenza avete che quel mezzo sia appropriato per ottenerlo.
Se la risposta è soltanto “perché lo fa Alcaraz”, siamo tornati esattamente al punto dal quale è iniziata questa intervista: abbiamo trasformato una fotografia in un metodo senza conoscere ciò che sta fra le due cose.
Riferimenti bibliografici
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Riepilogo concettuale
Il punto centrale non è stabilire se l’esercizio osservato in Alcaraz sia “giusto” o “sbagliato”, ma che cosa possiamo realmente affermare sulla base dei dati disponibili.
- Non sappiamo con certezza che cosa facesse il cono: non è dimostrato che producesse una completa occlusione monoculare.
- Non sappiamo che l’occhio destro fosse “l’occhio dominante” e, comunque, la dominanza oculare non è una proprietà unica: dipende dalla funzione considerata, dal metodo di misura, dallo stimolo e dal compito.
- La distinzione tra “occhio tecnico” e “occhio tattico” non compare, nella letteratura scientifica che abbiamo esaminato, tra le classificazioni della dominanza oculare, né abbiamo trovato evidenze pubblicate che validino una suddivisione funzionale secondo cui un occhio sarebbe prevalentemente deputato alla focalizzazione centrale della palla e l’altro all’acquisizione delle informazioni periferiche; i dati disponibili sull’organizzazione della visione binoculare non supportano una separazione funzionale così netta tra i due occhi.
- La deprivazione monoculare breve può produrre modificazioni neuroplastiche transitorie della dominanza sensoriale e del contributo relativo dei due occhi alla visione binoculare, ma questo non equivale a dimostrare un miglioramento generale dell’elaborazione visiva, della reattività o della prestazione sportiva.
- Un cambiamento osservato durante o immediatamente dopo un esercizio non dimostra automaticamente apprendimento; e l’apprendimento, a sua volta, non dimostra automaticamente transfer alla prestazione tennistica in normali condizioni binoculari.
- Nel tennis esistono studi che hanno riportato risultati positivi con specifici programmi di visual training e perceptual training, ma l’evidenza di efficacia appartiene al protocollo effettivamente studiato e non può essere trasferita automaticamente a procedure differenti.
- Nella letteratura tennis-specifica che abbiamo identificato non abbiamo trovato una validazione di un protocollo comparabile all’allenamento tennistico con un singolo occhio mantenuto staticamente, parzialmente o totalmente occluso.
- La letteratura sull’“occlusion training” nel tennis riguarda prevalentemente l’occlusione temporale o spaziale dell’informazione presente nella scena, non l’occlusione di un occhio. Le due manipolazioni non sono equivalenti.
- Prima di prescrivere o imitare un esercizio di questo tipo occorrerebbe conoscere indicazione, funzione visiva interessata, caratteristiche della manipolazione visiva, criterio di scelta dell’occhio, dose, compito eseguito, outcome misurato, ritenzione dell’eventuale effetto e, soprattutto, transfer alla prestazione sul campo.
La conclusione può essere condensata in una frase:
che un esercizio produca una modificazione percettiva o neurofisiologica non dimostra che migliori il tennis; questo passaggio deve essere provato specificamente.
E nel caso Alcaraz c’è un problema ancora precedente: prima ancora di discutere se il metodo funzioni, non conosciamo con sufficiente precisione né il metodo né l’obiettivo per il quale sarebbe stato utilizzato.














