La frattura vertebrale da compressione rappresenta una delle complicanze più frequenti dell’osteoporosi senile, con un impatto devastante sull’autonomia funzionale e sulla qualità della vita. Questo articolo presenta un protocollo riabilitativo strutturato in 4 fasi progressive – dalla stabilizzazione acuta alla ripresa del movimento autonomo – pensato specificamente per pazienti over 65. Vengono analizzati gli esercizi sicuri per il rinforzo del core stabilizzatore, il recupero della postura eretta e il miglioramento della mobilità vertebrale, con indicazioni precise su tempistiche, controindicazioni e criteri di avanzamento tra le fasi. Il protocollo integra le più recenti evidenze della letteratura fisioterapica con l’esperienza clinica diretta.
Epidemiologia
I numeri del fenomeno
Mentre le fratture traumatiche colpiscono soggetti giovani in seguito a impatti violenti, l’85-90% delle fratture nell’anziano avviene per insufficienza, ovvero sotto carichi fisiologici minimi (flettersi per raccogliere un oggetto, tossire o rifare il letto).
Secondo i dati della International Osteoporosis Foundation (IOF) 1 donna su 3 e 1 uomo su 5 sopra i 50 anni subiranno una frattura da fragilità nel resto della loro vita (sedi multiple, non solo vertebrali).
Le fratture vertebrali da fragilità rappresentano la forma più comune di frattura osteoporotica, ma paradossalmente la più sottostimata. A differenza delle fratture di femore, che presentano un quadro clinico acuto e inequivocabile, circa il 60-70% delle fratture vertebrali nell’over 65 è asintomatico o paucisintomatico nelle fasi iniziali, venendo spesso confuse con comuni lombalgie senili.
Solo il 20,7% delle nuove fratture vertebrali evidenti radiograficamente viene riconosciuto clinicamente (sottodiagnosi molto elevata), spesso non si ha dolore al momento del crollo, i motivi sono di natura neurofisiologica, a meno che non si crea un edema intraspongioso o si innesca un meccanismo di contrattura antalgica riflessa.
L’incidenza è strettamente correlata all’età, si stima che oltre il 20% delle donne sopra i 70 anni presenti almeno una deformità vertebrale radiografica. La presenza radiografica di frattura vertebrale è del 9,7% complessiva (11,1% nelle donne vs 7,3% negli uomini). Nei partecipanti ≥75 anni saliva al 13,2%. Tra chi aveva già una frattura, il 19,4% assumeva farmaci per l’osteoporosi (Albrecht et al).
L’effetto “cascata” è il dato epidemiologico più allarmante, la presenza di una prima frattura vertebrale aumenta fino a 5 volte il rischio di una seconda frattura entro l’anno successivo. Il passaggio dorso-lombare (T12-L1) per la sua natura meccanica di “fulcro meccanico” è la sede tipica di crollo (60%-70%). Segue il segmento toracico medio (T7-T8), il segmento lombare (L2-L4) per finire con la zona toracica alta (T1-T4) molto rare.
In Europa, l’incidenza delle fratture vertebrali è stimata in oltre 500.000 nuovi casi l’anno, con un trend in crescita dovuto all’invecchiamento della popolazione.
Eziologia
In ambito clinico, si stima che circa l’85-90% delle fratture vertebrali totali sia di natura osteoporotica (da insufficienza), mentre solo il 10-15% sia riconducibile a traumi ad alta energia (incidenti stradali, cadute dall’alto).
In questo protocollo, trascuriamo l’evento traumatico acuto, decisamente più raro negli anziani, per concentrarci sulla frattura da insufficienza.

In questi casi, l’osso non collassa per una forza esterna eccessiva ed improvvisa, ma per l’incapacità di resistere ai normali carichi della vita quotidiana.
Fisiopatologia e Biomeccanica del Crollo
Nelle fratture da insufficienza, il collasso osseo avviene tipicamente a carico del muro anteriore del corpo vertebrale. La perdita di mineralizzazione delle trabecole orizzontali riduce la capacità della vertebra di dissipare le forze assiali.

Il Conflitto Meccanico: Cifosi vs Carico
L’ipercifosi dorsale, comune nell’anziano, sposta la linea di gravità anteriormente. Questo crea un momento di flessione costante che agisce come una leva, aumentando la compressione sui piatti vertebrali già fragili. Il dolore risultante non è quasi mai osseo, ricordiamo che il nervo di Luschka ha competenza solo sul periostio del muro posteriore della vertebra, mentre il nervo basi-vertebrale che penetra la spongiosa subisce un’irritazione solo se successivamente al crollo si crea un edema che a sua volta crea compressione. Spesso la causa del dolore è muscolare, si crea uno spasmo protettivo dei paravertebrali lunghi e corti che tentano, invano, di stabilizzare e/o “raddrizzare” una struttura che sta cedendo.
Il Sovraccarico Funzionale e il “Cuneo Anteriore”
La causa principale risiede nel binomio Osteopenia/Osteoporosi associato a una biomeccanica alterata.
- Il Ruolo del Carico Eccentrico: Negli over 70, la tendenza posturale alla flessione (ipercifosi) sposta la linea di gravità anteriormente. Questo crea un momento torcente che comprime il muro anteriore del corpo vertebrale.
- Micro-cedimenti strutturali: La perdita di trabecole ossee trasversali riduce la capacità della vertebra di dissipare i carichi assiali. Ciò crea un cedimento sulla parte anteriore della vertebra che fa crollare la struttura in maniera da rendere la vertebra un cuneo.
- Degenerazione Discale: La perdita di idratazione del disco intervertebrale riduce l’ammortizzazione, trasferendo lo stress meccanico direttamente sul piatto vertebrale, che cede progressivamente sotto il peso del busto anche solo durante gesti banali come rifare il letto o tossire.
Valutazione e Obiettivi del Protocollo
È fondamentale in fase di anamnesi distinguere tra il dolore discogeno e il dolore da crollo:
- Dolore da Crollo (Osseo): è puntiforme, evocato dalla palpazione della spinosa o dalla percussione con il martelletto, peggiora drasticamente in piedi (carico) e trova sollievo immediato da sdraiati. La stabilità segmentale è compromessa e il riflesso antalgico porta a una contrattura difensiva dei paravertebrali che, se non trattata, accelera la cifotizzazione.
- Dolore Discogeno: è più profondo e diffuso, spesso peggiora nella posizione seduta flessa (aumento pressione intradiscale) e può rispondere a movimenti ripetuti.
Il test di percussione inoltre è utile nelle fasi iniziali del protocollo perché ci permette di fare una stima della progressione del callo osseo (al consolidamento della frattura il test è negativo).
Valutazione Posturale: La Distanza Occipite-Muro
L’ipercifosi abbiamo visto che è la complicanza biomeccanica primaria.

La Distanza Occipite-Muro è un indicatore clinico semplice ma potente:
- Esecuzione: Paziente in piedi con i talloni e il sacro appoggiati al muro. Si misura la distanza orizzontale tra l’occipite e la parete.
- Significato clinico: Una distanza > 1,2 cm è predittiva di una frattura vertebrale toracica preesistente o imminente. Un aumento di questa misura durante il follow-up indica un cedimento progressivo.
Test di Mobilità e Rischio Caduta
Il professionista deve valutare la capacità del paziente di gestire la gravità senza compensi pericolosi per la colonna.
- Valutazione della deambulazione: porre l’attenzione sull’equilibrio dinamico e la cinestesica del dorso durante la deambulazione, lo svincolo delle anche e la capacità propriocettiva nel gestire semplici ostacoli.
- Sit-to-Stand Test: Misura la forza funzionale degli arti inferiori e la capacita di gestire le curve della colonna. Su ripetizioni numerose valutare la capacità dei paravertebrali a gestire il sovraccarico e quindi l’aumento dello stress compressivo sulle vertebre.
Il Protocollo Riabilitativo in 4 Fasi
Il recupero da un crollo vertebrale degenerativo nell’anziano non deve limitarsi alla “messa in sicurezza”, ma deve mirare alla restituzione di una competenza posturale che aiuti a svezzare il paziente dal busto e prevenga la cascata fratturativa.
Il professionista del movimento deve approcciarsi al paziente con frattura degenerativa non solo come a un “osso rotto”, ma come a un sistema meccanico instabile.
Obiettivi Primari del Trattamento Riabilitativo:
- Riduzione del Momento di Flessione: Ridurre il carico sul muro anteriore della vertebra.
- Rieducazione Propriocezione Posturale: migliorare la propriocezione e la cinestesi per contrastare la kinesiofobia e la fobia della caduta.
- Potenziamento della “Catena Posteriore”: Gli estensori della colonna sono i veri tutori naturali della vertebra fratturata.
Fase 1 (Settimane 0-3)
In questa fase il paziente spesso indossa un corsetto ortopedico. L’obiettivo è prevenire le complicanze da ipomobilità.
- Controllo Respiratorio: L’ipercifosi riduce il volume polmonare corrente, il diaframma perde “l’appoggio” sul centro frenico e si instaura una respirazione accessoria. In questa fase si propongono esercizi di respirazione diaframmatica per mobilizzare la gabbia toracica. Il movimento costale corretto, inoltre, riduce la compressione sui corpi vertebrali data dalla ipomobilità.
- Igiene Posturale: addestramento sui passaggi posturali (tipo log-roll) per alzarsi dal letto senza flettere o ruotare la colonna. Il paziente flette il ginocchio opposto al lato da cui alzarsi, ruota contemporaneamente busto ed arti fino ad arrivare alla posizione di decubito laterale, spinta con l’arto superiore di appoggio per mettersi seduto. La sequenza sarà al contrario per coricarsi.

- Isometria del Core: attivazione del trasverso dell’addome in posizione supina, fondamentale per creare una stabilizzazione pressoria interna. In questa fase può essere molto utile l’attivazione del trasverso con esercizi in “vacuum”.

- Pelvic Tilt (retroversione controllata): in supino, per decontrarre la muscolatura paravertebrale in spasmo antalgico.

Fase 2 (Settimane 4-8)
Una volta stabilizzato il dolore, il focus si sposta sulla catena posteriore e sul miglioramento dell’estensione (de-cifotizzazione).
- Esercizi di estensione: gli esercizi di estensione dorsale riducono il rischio di recidiva, il rinforzo degli estensori dorsali è il “gold standard”. Il paziente è prono con un cuscino sotto l’addome, sollevamento millimetrico dello sterno dal lettino.

- Retrazione e adduzione scapolare: Utilizzo di elastici leggeri per rinforzare i fissatori della scapola, contrastando l’atteggiamento di chiusura anteriore promuovendo l’apertura del triangolo pettorale.
- Chin tuck (retrazione del mento): Per ridurre la traslazione anteriore del capo che sovraccarica il passaggio cervico-dorsale.
Fase 3 (Settimane 8-12)
L’obiettivo è il ritorno alla stazione eretta sicura e la riduzione della “paura di cadere” o della kinesiofobia.
- Hip Hinge: inserire esercizi che sfruttano la “cerniere dell’anca” in flessione mantenendo la colonna neutra (si lordosi lombare, no ipercifosi dorsale). Si può introdurre una sequenza propedeutica che simula l’esercizio dello “stacco” (deadlift), senza carico usando un bastone leggero. È il movimento salvavita per esempio per raccogliere oggetti da terra.

- Sit-to-Stand o Wall Squat: Rinforzo dei quadricipiti e dei glutei per una buona stabilità degli arti inferiori e del bacino sia per la stazione eretta (come protezione per l’ipermobilità lombare) sia per la deambulazione (paura di cadere). Gambe forti
significano meno stress sulla schiena durante le transizioni seduto-in piedi. - Equilibrio Monopodalico Assistito: Per migliorare la stabilità posturale e prevenire nuove cadute. L’attivazione neuromotoria propriocettiva aiuta a migliorare l’equilibrio sia statico per dinamico, ma è dimostrato essere efficace per l’attivazione neuromotoria sulle catene lunghe ascendenti. Utile nelle fasi avanzate utilizzare tavolette propriocettive.
Fase 4 (Oltre le 12 settimane)
L’ultima fase mira a rendere il paziente resiliente alle attività della vita quotidiana.
- Walking Program: Incremento graduale della deambulazione su superfici regolari o con presenza di ostacoli.
- Carichi Asimmetrici Protetti: Educazione al trasporto di piccoli pesi vicini o lontani dal busto (es. borsa della spesa) mantenendo la stabilità del core.
- Mantenimento: Programma di esercizi domiciliari che ripercorrano le fasi precedenti (evidenziando le criticità e insistendo sul superamento delle difficoltà). Possibilmente assegnare pochi esercizi per volta che siano facilmente memorizzabili ed eseguibili da fare per poche ripetizioni ma con cadenza quotidiana (2 o 3 volte al giorno) per rendere più efficace la corticalizzazione del gesto.
Controindicazioni e Red Flags
Il professionista deve sospendere il protocollo e inviare allo specialista se compaiono:
- Dolore Radicolare acuto: Possibile impegno delle radici nervose per instabilità o frammenti.
- Perdita di forza o parestesie agli arti inferiori.
- Incontinenza urinaria o fecale (sindrome della cauda equina – rara ma grave).
- Dolore che non recede con il riposo (possibile natura non meccanica).
Conclusioni
La riabilitazione post-crollo vertebrale nell’over 70 non è una semplice serie di esercizi di mobilità, ma una strategia biomeccanica di precisione. Il passaggio dal busto al movimento libero deve essere mediato da un rinforzo mirato della catena estensoria, l’unica in grado di proteggere realmente il corpo vertebrale dal collasso anteriore.
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