Il caso: un tie-break, una risonanza, un set
Ad Almaty Alexander Bublik ha vinto un quarto di finale durissimo contro Karen Khachanov, 4-6 7-6 7-6. Secondo il suo racconto, il ginocchio destro ha ceduto proprio nel tie-break del terzo set, sul 5-4. Due minuti dopo festeggiava davanti al pubblico di casa; uscito dal campo, ha detto, sapeva già che il giorno dopo avrebbe camminato con le stampelle.
La mattina della semifinale è stato in ospedale: ecografia, risonanza magnetica e trattamenti per provare a giocare. Quando sono arrivati i risultati, i medici gli hanno detto di non scendere in campo. Lui, con la squadra e la federazione, ha deciso diversamente: ginocchio fasciato, ingresso in campo contro Daniil Medvedev, ritiro dopo il primo set perso 6-3. In conferenza stampa ha parlato di uno stop tra tre e sei settimane. Ha saltato Basilea e, con quei tempi, anche il Masters 1000 di Parigi è molto probabilmente fuori: la sua stagione 2026 si chiude qui.
Una premessa necessaria. La diagnosi precisa non è stata resa pubblica, e non la conosciamo. Questo articolo non ricostruisce il suo recupero e non giudica la sua scelta: usa il caso come spunto per una domanda che ogni preparatore si sente fare, prima o poi, in un circolo o in un torneo giovanile. «Posso giocare lo stesso?»
Perché il ginocchio del tennista è un ammortizzatore sotto pressione
Pensate al ginocchio come all'ammortizzatore di un'auto da rally. Non serve solo a spingere: serve soprattutto a frenare. Ogni cambio di direzione, ogni split step, ogni appoggio aperto sul diritto chiede al quadricipite e al tendine rotuleo di assorbire il peso del corpo in pochi centesimi di secondo e poi restituirlo. In una partita lunga questo succede centinaia di volte, spesso su una gamba sola e con il busto in rotazione.
Quando una struttura è irritata o lesa, quell'ammortizzatore perde taratura. Il dolore non è solo un segnale fastidioso: cambia il modo in cui il sistema nervoso comanda il movimento. Il muscolo che protegge il ginocchio si attiva meno o in ritardo, l'atleta sposta il carico sull'altra gamba, accorcia il passo, arriva sulla palla un attimo dopo. Le cronache della semifinale descrivono proprio questo: un giocatore in evidente difficoltà negli spostamenti.
Giocare sopra il dolore: cosa succede davvero
Il dolore in sé non è sempre un divieto. Nella riabilitazione di molte tendinopatie, per esempio, si lavora volutamente con un dolore lieve e controllato, che non peggiora nelle 24 ore successive. Ma è un dolore scelto, dosato, dentro un esercizio prevedibile. Una semifinale non è un esercizio prevedibile: lo scambio decide i carichi, non il preparatore.
I rischi pratici di giocare contro un parere medico sono tre.
Il primo riguarda il tessuto: se la struttura è già compromessa, ogni frenata aggiunge carico su qualcosa che non lo regge. Si può trasformare un problema da settimane in un problema da mesi.
Il secondo riguarda il resto della catena. Il corpo compensa, e le compensazioni costano: l'anca e la caviglia della stessa gamba lavorano in modo diverso, l'altra gamba fa più del dovuto, la schiena si adatta. È come guidare con una gomma sgonfia: arrivi a casa, ma consumi le altre tre.
Il terzo riguarda le cure fatte per giocare. Bendaggi e trattamenti possono rendere il dolore più sopportabile, ma non restituiscono capacità di carico. Togliere il campanello d'allarme non spegne l'incendio. Quali trattamenti usare, e quando, è una decisione esclusivamente medica.
Chi decide: i ruoli intorno al giocatore
Nel caso di Almaty la decisione è stata presa dal giocatore insieme alla sua squadra e alla federazione. Nel mondo professionistico è un adulto che si assume un rischio informato, e lo ha spiegato con chiarezza: voleva ricambiare l'affetto del pubblico di casa.
Nel lavoro quotidiano di un chinesiologo le cose vanno messe in fila con più ordine. La diagnosi e il via libera clinico spettano al medico, il percorso riabilitativo al medico e al fisioterapista. Il preparatore entra nella fase in cui bisogna restituire al ginocchio la capacità di sopportare il tennis, e lo fa dentro il quadro deciso da chi ha la diagnosi in mano. Se un medico dice di non giocare, il preparatore non cerca scorciatoie: aiuta l'atleta a capire perché, e prepara la fase successiva.
Con i giovani questo vale il doppio. Un ragazzo di quindici anni che vuole giocare la finale del torneo di circolo «perché ci sono tutti» sta facendo, in piccolo, lo stesso ragionamento. Qui l'adulto responsabile è chi lo allena.
Le 3-6 settimane: cosa si fa mentre il campo è chiuso
Una finestra di tre-sei settimane è ampia, e la differenza tra il limite basso e quello alto dipende dalla risposta del ginocchio, non dal calendario. Le date di rientro, nel tennis, andrebbero lette come stime e non come appuntamenti.
Fermare il campo non significa fermare l'atleta. In accordo con il medico e il fisioterapista, il preparatore può mantenere tutto ciò che il ginocchio permette: lavoro per la parte superiore del corpo e per il tronco, lavoro sull'arto sano, capacità aerobica con mezzi che non caricano l'articolazione dolente, se autorizzati. Settimane di inattività costano forza e condizione, soprattutto all'arto infortunato. Mantenere il resto del sistema significa partire da più in alto quando arriva il via libera.
Tornare in campo un passo alla volta
Il rientro si costruisce come una scala, non come un interruttore. Ogni gradino aggiunge una richiesta nuova al ginocchio, e si sale solo se il gradino precedente non ha lasciato strascichi il giorno dopo.
Una sequenza ragionevole, da adattare caso per caso:
- Gesti a velocità controllata da fermo: palleggio con poco spostamento, colpi con appoggi chiusi.
- Spostamenti laterali lenti e progressivi, poi split step e recuperi verso il centro.
- Frenate e cambi di direzione a intensità crescente, fino all'appoggio aperto sul diritto.
- Esercitazioni a punti con regole che limitano la durata degli scambi.
- Set di allenamento completi, poi partite con un avversario vero.
Il criterio per salire non è il numero di giorni passati, ma come risponde l'articolazione: gonfiore, dolore nelle ore successive, sensazione di cedimento, qualità del movimento.
Criteri go/no-go prima del primo torneo
Prima di rimettere in tabellone un tennista dopo un infortunio al ginocchio, chiedetevi almeno questo, in accordo con lo staff sanitario:
- Il medico ha dato il via libera alla competizione, non solo all'allenamento?
- L'atleta tollera allenamenti completi, con cambi di direzione e frenate, senza peggioramenti il giorno dopo?
- La forza della gamba infortunata è vicina a quella sana nei test che usate abitualmente?
- Il movimento in campo è tornato pulito, senza zoppie o appoggi evitati?
- L'atleta si fida del ginocchio, o gioca «di traverso» per proteggerlo?
Se anche una sola risposta è no, la domanda giusta non è «quando gioca», ma «cosa manca».
Cosa porta a casa il preparatore di un circolo
Il caso Bublik è raro per il palcoscenico, non per la dinamica. Un torneo importante, un pubblico che conta, un dolore che arriva nel momento sbagliato: succede anche al circolo sotto casa.
Tre idee da tenere in tasca. Il dolore che cambia il movimento è un'informazione, non un ostacolo da coprire. Il parere medico contrario chiude la discussione, almeno per chi lavora con dilettanti e ragazzi. E il tempo di recupero non è tempo perso: è il momento in cui si costruisce il giocatore che rientrerà.
Fonti
- Tennis Majors, intervista a Bublik dopo Almaty: https://www.tennismajors.com/atp/i-was-told-not-to-play-at-all-bublik-reveals-knee-injury-behind-almaty-retirement-863940.html
- LiveTennis.it, «Bublik, ginocchio k.o.»: https://www.livetennis.it/post/474325/bublik-ginocchio-k-o-il-suo-2026-si-chiude-ho-fatto-una-mri-devo-fermarmi-per-3-6-settimane/
- Tennis World Italia, ritiro ad Almaty: https://www.tennisworlditalia.com/tennis/news/Interviste_Tennis/108212/alexander-bublik-spiega-le-ragioni-del-ritiro-ad-almaty-stagione-2026-finita-per-lui/
- Bottadiculo, stop di 3-6 settimane: https://www.bottadiculo.it/bublik-stagione-finita-confermato-stop-di-3-6-settimane-dopo-la-semifinale-di-almaty/
