Fabio Morbidini

PERCORSO:
Il percorso di Fabio Morbidini è cominciato come atleta agonista, prima nel karate sportivo poi nella kick boxing in cui ha gareggiato fino all’età di 30 anni per poi prendere il diploma di maestro. Negli ultimi anni di combattimenti Fabio ha continuato ad approfondire gli studi, diventando fisioterapista.

L’obiettivo principale di Fabio Morbidini è sempre stato quello di riuscire a coniugare la sua passione per lo sport e per la medicina riabilitativa. Nel 2001 ha avuto la fortuna di iniziare la collaborazione con la federazione italiana di Boxe vicino ad Assisi, dove ha avuto la possibilità di lavorare con atleti di grande livello ed essere protagonista dei successi di grandi campioni come Vincenzo Cammarelle del quale ha seguito la parte della preparazione fisica e della riabilitazione, insieme a molti altri atleti olimpici.

Fabio Morbidini è stato quindi il preparatore atletico della squadra di Boxe olimpica Italiana per 4 edizioni dei Giochi Olimpici, quelli Atene, Pechino, Londra e Rio De Janeiro. In questo lungo periodo ha potuto confrontarsi con grandissimi professionisti di livello internazionale e oggi possiede un background di esperienze e competenze che gli permettono di avere una visione completa dell’atleta.

Giacomo Catalani:
“Qual è il tuo approccio al lavoro con gli atleti?”

Fabio Morbidini:

“Sono convinto sia necessario guardare agli atleti non solo dal punto di vista riabilitativo ma anche da quello abilitativo. Oggi l’atleta di alto livello non può essere gestito a camere stagne, questo è quello che mi ha insegnato il mio percorso. L’atleta che un problema fisico deve essere gestito nella sua globalità, cioè mettendo a sedere allo stesso tavolo il tecnico, di qualunque sport si tratti, il preparatore fisico, il fisioterapista e il medico come supervisor dell’eventuale patologia.

Da qui parte lo sviluppo di una strategia riabilitativa e abilitativa volta a migliorare l’atleta e portarlo alle sue massime performance. Questo è quello di cui cerco di occuparmi oggi che ho 50 anni.”

Giacomo Catalani:
“Quante realtà di questo tipo hai incontrato professionalmente?”

Fabio Morbidini:

“In Italia ma non solo si lavora molto spesso a camere stagne. L’atleta che ha un problema da sovraccarico, da trauma diretto o qualunque altra fonte, solitamente va dal medico, poi va dal fisioterapista e molto spesso si ritiene che quando non è più presente il dolore l’atleta possa tornare all’attività e si possa ritenerlo guarito. L’atleta invece non è guarito, l’atleta ha assenza di dolore, una cosa molto diversa e va ancora trattato e gestito da medico e fisioterapista in collaborazione con il preparatore fisico.

Tutto questo nell’ottica del vero benessere dell’atleta perché troppo spesso si rimette sul ring o sul tatami o sul campo di calcio, atleti non guariti completamente e questo comporta con grande frequenza le recidive. Sono proprio le recidive che spesso rallentano i processi di crescita di atleti anche molto forti e addirittura delle volte questo tipo di approccio innesca un circolo vizioso che porta atleti anche di grande talento a smettere o passare lunghi periodi in cui il focus non è più la performance e il miglioramento ma l’inseguimento di una condizione fisica accettabile.”

Giacomo Catalani:
“Nel tuo lavoro in studio quali sono i problemi principali che riscontri?”

Fabio Morbidini:

“Quasi ogni giorno ho a che fare con problematiche legate al sovraccarico. Oggi la maggior parte dell’approccio all’attività fisica delle persone “normali” è uno opposto dell’altro. C’è chi non fa nulla o quasi e passa molto tempo sul divano, poi c’è un gran numero di persone che crede di essere un atleta olimpico e non lo è, allenandosi tantissimo facendosi male e a volte malissimo.

La patologia dovuta al sovraccarico è senza dubbio quella più frequente oggi e questo deriva dal fatto, come detto, della poca consapevolezza sui carichi di chi si allena che è a sua volta dovuta al fatto che troppo spesso queste persone non sono seguite e si allenano da soli. Pensare di essere atleti da soli non è possibile.”

Giacomo Catalani:
“Come valuti i sintomi principali che possono indicare una strategia sbagliata nella preparazione?”

Fabio Morbidini:

“I sintomi possono essere davvero tanti e spesso sono silenti. Spesso una grande difficoltà per noi professionisti è capire se l’atleta ti sta dando un feedback perché è timoroso oppure perché il problema c’è davvero. Sei quindi sempre a un bivio tra scegliere di intervenire o meno, con il dubbio se stai intervenendo per dare importanza a una sua insicurezza o perché il problema c’è ed è concreto.

Con gli atleti, soprattutto quelli di alto livello, bisogna stare con le antenne alzate in ogni momento. Le loro esigenze sono giustamente altissime, quindi ogni volta che devi fare una scelta sai che inciderà o che potrà incidere anche moltissimo nelle sue condizioni immediate, ma soprattutto su quelle a lungo termine. La massima attenzione ogni volta che si deve decidere se intervenire o meno su un atleta è obbligatoria.”

Giacomo Catalani:
“Quale è la difficoltà maggiore del tuo lavoro quotidiano?”

Fabio Morbidini:

“Oggi più che mai credo sia necessario per chi svolge il nostro lavoro dare molta attenzione all’aspetto dell’ascolto. Prima di agire con un paziente bisogna saperlo ascoltare. Dobbiamo ascoltarlo perché è lì perché ha bisogno di aiuto. Non è facile però ascoltare ogni giorno tante persone con la massima attenzione, soprattutto dopo 25 anni in cui fai questo mestiere e ha ascoltato migliaia di persone.

In questo senso c’è da dire che troppe persone vogliono solo sentirsi dire quello che desiderano, cercano solo informazioni ma poi non hanno la determinazione per iniziare nessun percorso serio. Oggi mi capita spesso di rendermi conto di parlare con persone che quasi sicuramente non seguiranno i miei consigli, tanto meno perseguiranno con la giusta determinazione gli obiettivi che avrebbero bisogno di porsi. Ecco, questo aspetto oggi a 48 anni è il lato più difficile del mio lavoro.”

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