Maria Pozzi, Scienziata, Ricercatrice di Robotica e Autrice.

PERCORSO:

Il mio percorso è iniziato da quando ero piccina perché fin da piccola mi piaceva la matematica e mi piaceva anche l’idea di insegnarla anche agli altri. In realtà poi a scuola ho deciso di fare liceo classico, perché comunque anche tutte le materie umanistiche mi piacevano, in particolare la filosofia. Alla fine del liceo ha deciso che volevo approfondire la matematica volevo approfondire la fisica ma invece di andare ad approfondire le materie single, quindi appunto matematica fisica, ho deciso di andare verso la zona più applicativa e quindi iscrivermi a ingegneria informatica.

Io di informatica non avevo mai visto niente, non sapevo assolutamente niente e quindi diciamo che in realtà poi scoprire tutto quanto, sia la matematica che la fisica ma poi soprattutto l’informatica passo passo, è stato bellissimo perché comunque ero prontissima a imparare tutto quello che mi veniva detto e approfondirlo.

Nella scelta dell’università poi, diciamo che aver visto quelle esame di robotica al terzo anno della triennale mi ha invogliato a scoprire quella materia che qualche anno fa, quando ho iniziato io, era abbastanza nuova. In realtà non se ne parlava quanto se ne parla oggi. Poi tutto il mio percorso è stato sì lì perché sia la triennale che la magistrale ho fatto la tesi con il professor Prattichizzo di Siena.

Ho poi deciso di continuare col dottorato quindi insomma ho deciso che quella era la mia strada perché la robotica mette insieme tantissime cose dalla programmazione pura al computer a tutto ciò che riguarda la meccanica perché devi studiare come si muovono i robot. L’idea di far muovere dei robot che interagiscono con l’ambiente e poi con gli umani mi piaceva tantissimo e continua a piacermi molto.

Giacomo Catalani:
“Ci puoi parlare del progetto del “sesto dito”?”

Maria Pozzi:

“Grazie al lavoro congiunto di medici e ricercatori, l’Università di Siena ha sviluppato una protesi innovativa, un sesto dito robotico, per restituire la capacità di presa alle persone che hanno perso la mobilità e la forza di un arto.

Si tratta di una protesi in grado di adattarsi a qualsiasi forma e spessore che, attaccata al polso dell’arto con mobilità limitata, permette di afferrare gli oggetti controllandone il funzionamento da remoto. Il progetto è frutto della collaborazione tra le neuroscienze e l’ingegneria del SibinLab, diretto da Simone Rossi del Dipartimento di Scienze neurologiche e neurosensoriali dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Siena, e gli esperti del SirsLab, guidato da Domenico Prattichizzo del Dipartimento di Ingegneria dell’Università senese. Il sesto dito robotico è stato anche premiato alla conferenza internazionale “Ieee Haptics Symposium 2016” di Philadelphia, che ha visto riuniti i maggiori esperti mondiali di tecnologie per l’interazione uomo-computer.

Particolarmente utile per i pazienti colpiti da ictus cerebrale o con patologie croniche invalidanti, il sesto dito robotico ha una struttura flessibile, che si adatta alla forma di ogni oggetto durante la presa. Il dispositivo si può indossare e rimuovere facilmente come un braccialetto, grazie a una fascia elastica sull’avanbraccio, e lavora insieme alla mano colpita da paresi per afferrare l’oggetto, come se la protesi e la mano fossero le due parti di una pinza. Questa nuova protesti è ancora in fase di sperimentazione, ma i test hanno evidenziato come, indossandola, i pazienti riescano a portare a termine dei semplici compiti, come aprire una bottiglia o versare dell’acqua, senza aver bisogno di aiuto.”

Giacomo Catalani:
“Quanto è complesso programmare robot che compiono gesti anche semplici come una presa?”

Maria Pozzi:

“Osservando un video su internet o anche semplicemente come noi prendiamo gli oggetti sembra tutto molto semplice in realtà poi ci sono tantissimi problemi, perché la presa dell’oggetto non riguarda soltanto la mano e l’oggetto, riguarda anche dove è l’oggetto quindi ci vogliono dei sensori. Una telecamera capisce dove è l’oggetto e il lavoro riguarda la pianificazione della presa, quindi al “come ci arrivo sull’oggetto”.  Riguarda poi, nel momento in cui sono arrivata sull’oggetto, quanta forza ci posso fare e quello chiaramente dipende dall’oggetto che ho davanti ma non solo, dipende anche da che cosa ci devo fare con quell’oggetto. Diciamo che qui inizia a esplodere la questione.

Se guardiamo semplicemente alla mano e all’oggetto tutto ciò che riguarda la mano è fondamentale perché di fatto quello che vogliamo fare è avere dei dispositivi robotici che facciano qualcosa di simile a quello che facciamo noi. Replicare in tutto e per tutto la mano umana spesso è molto difficile e poi può non convenire perché porta a delle complessità e dei meccanismi talmente complessi che poi sono difficili da utilizzare veramente. Se abbiamo la mano come la nostra con 19/20 gradi di libertà quindi abbiamo qualcosa come 20 motori che devono essere azionati, diventa tutto molto complicato anche a livello di controllo ma anche a livello di design. Basta poi che si rompa un motore che la mano non si può più utilizzare quindi quello che si sta cercando di fare adesso è di semplificare il disegno delle mani robotiche in modo da averle più semplici dal punto vista del controllo e costruirle in modo tale che possono interagire con gli oggetti.”

Giacomo Catalani:
“Che ne pensi dei possibili rischi dello sviluppo della robotica?”

Maria Pozzi:

“Come in tutto il progresso tecnologico e scientifico i rischi ci sono. La cosa che non bisogna dimenticarsi della robotica e anche dell’intelligenza artificiale è che siamo noi a programmarle. Il problema è chi insegna e cosa all’intelligenza artificiale e questo diciamo pone varie varie problematiche.

Noi siamo esseri umani quindi se l’intelligenza artificiale deve imparare da tutti quanti poi di fatto potrebbe aver delle derive che sono comuni all’essere umano. Diciamo che la cosa fondamentale è che ci sia dibattito su questo tema.

Noi siamo anche dentro a un progetto che non è un progetto di ricerca, è più un progetto di networking e di questi e ce ne sono vari a livello europeo in cui la domanda fondamentale è “c’è la robotica che interagisce con l’uomo. Dal punto di vista sociale economico legislativo a che punto siamo? Come bisogna andare avanti? Come bisogna insegnarla anche ai bambini e agli studenti? È importante continuare a farsi queste domande.”

SEGUI L’INTERVISTA COMPLETA NEL VIDEO QUI SOTTO.