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Metodo Griglia - Innovazione nell'Educazione Fisica

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Questo libro è rivolto a tutti gli insegnanti, educatori, professionisti della salute, del movimento umano e i genitori più attenti. Le informazioni che scoprirai leggendo queste pagine, racchiudono un enorme potere capace di trasformare la vita dei bambini, futuri leader. Il movimento è vita, il movimento educa e forgia il carattere, definisce le nostre scelte e il futuro collettivo.

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Il Metodo Griglia ha come obiettivo l'induzione dell'apprendimento attivo, offrendo stimoli che accendano la curiosità e di conseguenza motivino il bambino ad amplificare le sue conoscenze. Tale metodo si basa su un'interazione tra psiche e soma in quella che è l’applicazione educativa del movimento. L’insegnante non fornisce soluzioni alle domande ma aiuta il bambino nel percorso che lo porta a trovare le soluzioni e le risposte o a formulare semplicemente ipotesi. Si parte sempre da un’esperienza concreta e successivamente alla sua rielaborazione attraverso il linguaggio e la rappresentazione grafica. La figura dell’insegnante diviene dunque quella di un mediatore, il cui ruolo non è più quello di trasmettere semplicemente delle nozioni, ma di stimolare l’allievo ad essere il “soggetto dell’apprendimento”. 



Il Metodo Griglia dà la possibilità a ciascuno di fare esperienza della propria efficacia nell’approccio psico-fisico-emotivo ai problemi posti dal contesto o comunque dall’ambiente in parallelo con le richieste didattiche, ricercando il talento di ogni individuo. Proprio perché attenti all’importanza e all’unicità del soggetto i giochi proposti avranno tempi di sedimentazione differenti, anche se li accomuna la voglia di scoperta, l’euristica, nel rispetto di una ludicità tesa al soddisfacimento di obiettivi psicomotori. Uno fra tutti, il principale, è basato sul concetto di energia psicomotoria. 

Essa, come si ha già avuto modo di discuterne in una precedente pubblicazione (Caligaris, 2011), è ciò che rende possibile gli apprendimenti attivi. In pratica intendiamo dire come la meta-conoscenza e una prima forma di percezione della Funzione Energetica possano essere la base per poter tracciare la strada che conduce all’ottimizzazione delle risorse tese al soddisfacimento delle stimolazioni del sistema nervoso cen- trale applicabili all’attività scolastica. Il “bottone di accensione”, affinché possa attivarsi questo fondamentale ingranaggio, probabilmente è identificabile nell’impatto affettivo emotivo, nell’accoglienza del bimbo all’interno dell’edificio scolastico, dalle persone che vi lavorano all’interno e dai propri compagni. Il riferimento alla motivazione pare evidente. Essere accolti è importante per il bambino per sentirsi a proprio agio. Per immergersi completamente nel gioco il bambino deve “entrare nello spazio”. Ecco che assume molta importanza creare il contesto affinché il bimbo possa acquisire la consapevolezza della propria identità del suo essere e del suo divenire, ossia del suo bene-essere psicofisico. Questo prevede anche il voler e poter coinvolgere gli addetti ai lavori e i genitori in un dialogo e un interscambio educativo-didattico. Non stiamo dicendo nulla di nuovo, dal momento che Froebel (tr. it. 1960), nei suoi celebri “giardini d’infanzia” sosteneva già ad inizio 1800 come questa collaborazione fosse il bisogno più profondo di un progetto educativo. Quindi difficile pensare ad un processo di delega per supplire alle mancanze della famiglia nell’occuparsi della dimensione ludica, soprattutto nella prima infanzia. Il compito di educatore probabilmente è anche quello di stimolo discreto nei confronti dei genitori “meno attenti”. Tuttavia, la scuola deve responsabilizzarsi nel dare il proprio contributo all’organizzazione della personalità infantile. 

Buona parte del successo per far “entrare nello spazio” il bambino, è dato dal grado di empatia tra i pari. A tal proposito, uno dei mezzi adottabili è il “tutoraggio” sviluppato tra coloro che sono al primo anno della scuola primaria e quelli che sono all’ultimo anno della scuola dell’infanzia in un lungo percorso di continuità. 

Il “tutoraggio” deriva dalla teoria di Vygotskij sulla zona di sviluppo prossimale. Essa consiste nel creare gruppi verticali facendo giocare insieme bambini con età e caratteristiche diverse, creando, allo stesso tempo, ampie possibilità in interazione e scambio sia da un punto di vista sociale sia come stimolazione sotto un profilo cognitivo (Kasten et al., 1993). Se tale ambiente promuove anche fiducia, autovalutazione e dialogo i bambini imparano gradualmente a connettere il dominio socio-emotivo a quello cognitivo e fisico (Capurso et al., 2011). Gli obiettivi ricercati nel “tutoraggio”: 

  • Responsabilizzare e gratificare bambini insicuri ed egocentrici.
  • Fare scelte per migliorare l’aspetto socio-relazionale.
  • Promuovere l’aiuto dei bambini più grandi come stimolo ed esempio per implementare l’autonomia, l’identità e l’autostima.
  • Indurre l’acquisizione di sensibilità verso i bisogni dell’altro.