I muscoli vengono distinti, secondo la loro conformazione, in due tipologie: fusiformi e in pennati.

Il primo tipo rappresenta la forma più semplice: il ventre muscolare si assottiglia verso le estremità, in direzione dei tendini, ossia le fibre più interne hanno un andamento rettilineo, mentre quelle più superficiali raggiungono i tendini obliquamente, e quindi non tutta la loro forza di trazione viene trasmessa, essendovi dispersioni nelle componenti che costituiscono il parallelogramma delle forze. Nei pennati, che siano semipennati o bipennati, le singole fibre muscolari s’innestano a pettine su di un tendine comune: la circonferenza dell’intero muscolo risulterà inferiore alla somma della circonferenza delle fibre che lo compongono. In genere questi muscoli esercitano una gran forza di trazione, mentre i fusiformi hanno tipicamente una funzione dinamica.

 

Forma e funzione del muscolo

La prima legge di Borelli e Weber Fick afferma che “La lunghezza delle fibre è proporzionale al raccorciamento ottenuto dalla loro contrazione, e questo raccorciamento è circa uguale alla metà della lunghezza delle fibre”. Ciò significa che se, ad esempio un muscolo ha fibre della lunghezza di 4 cm., si potrà accorciare di 2 cm. Allo stesso modo, se un muscolo si può accorciare di 2 cm., significa che le sue fibre hanno una lunghezza di 4 cm. L’esperienza clinica ha potuto rilevare che, se un muscolo lavora abitualmente in maniera incompleta, si assiste ad una retrazione vera e propria della sua parte contrattile, a vantaggio della parte tendinea. Come si deduca dalla legge di Borelli e Weber Fick, infatti, la riduzione dell’accorciamento delle fibre, comporta una riduzione della loro lunghezza.

Sperimentalmente, l’esperienza è stata compiuta, originariamente su un tendine del calcagno di un coniglio: il tendine è stato sezionato ed inserito più internamente allo scopo sperimentale di ridurre l’ampiezza di movimento del calcagno ad opera del gastrocnenmio. Ebbene, dopo un certo periodo di tempo, si è assistito ad una retrazione della parte contrattile del gastrocnemio, a vantaggio dei suoi tendini di inserzione. Numerosi sono gli esempi nell’uomo, che confermano questo esposto. Tipico è il cosiddetto dorso curvo di forza, presente in soggetti che abitualmente svolgono lavori o attività in atteggiamento curvo in avanti, con i muscoli del dorso in stiramento completo: essi modificano la loro struttura anatomica e funzionale, nel senso che la parte contrattile dei muscoli dorsali si riduce di lunghezza, e la loro capacità di contrazione si riduca proporzionalmente, impedendo la realizzazione di un raddrizzamento totale della colonna vertebrale. Un meccanismo simile entra in gioco in tutte le deformazioni.

Funzioni muscolari anatomia

Vi sono 4 possibili movimenti che un muscolo può effettuare:

1- Ad ampiezza completa, sia per ciò che concerne lo stiramento che la contrazione.
2- Con stiramento completo, ma contrazione incompleta.
3- Con stiramento incompleto, ma contrazione completa.
4- Ad ampiezza incompleta, sia per ciò che concerne lo stiramento che la contrazione.

Il primo caso presenta una situazione di ampiezza completa. Il muscolo parte da una condizione di stiramento completo, ossia le sue inserzioni tendinee sono posta alla massima distanza, e termina il movimento con una contrazione completa, ossia avvicinando al massimo i capi di inserzione. Il muscolo, cioè, sfrutta tutta l’ampiezza di escursione. Come esempio, esaminiamo la flessione dell’avambraccio sul braccio ad opera del Bicipite brachiale. Partendo da un’atteggiamento di braccio esteso, semipronato, e retroposto, si allontanano i capi di inserzione, quelli prossimali, situati sulla scapola, e quello distale, situato sul radio: lo stiramento è completo.

Se da questa posizione si arriva a flettere completamente l’avambraccio, supinandolo, e anteroponendo il braccio, avremo svolto un movimento di ampiezza completa. In questo caso, un lavoro abituale di questo tipo, produrrà un allungamento del ventre muscolare, e un accorciamento dei tendini pari all’entità dell’allungamento della parte contrattile. La lunghezza del muscolo in toto, a riposo, non avrà subito cambiamenti. L’ampiezza del movimento che potrà compiere il Bicipite brachiale sarà massima, perché vi è un aumento di lunghezza del ventre muscolare.

Nel secondo caso, invece, il movimento risulta di ampiezza incompleta a carico della contrazione, pur sussistendo uno stiramento completo: il Bicipite brachiale, sempre continuando con l’esempio precedente, parte da un atteggiamento di massimo allontanamento dei suoi capi di inserzione, avambraccio semipronato, esteso e braccio retroposto, ma non termina completamente la contrazione, fermandosi, ad esempio, ad una flessione limitata dell’avambraccio.

In questo caso, un lavoro abituale di questo tipo, produrrà un accorciamento del ventre muscolare, e un allungamento dei tendini superiore all’entità dell’accorciamento della parte contrattile. La lunghezza del muscolo in toto, a riposo, avrà subito un aumento. Risulterà diminuita anche l’ampiezza del movimento che potrà compiere il Bicipite, essendo diminuita la lunghezza del suo ventre muscolare. Nel terzo caso, il movimento risulta di ampiezza incompleta a carico dello stiramento, pur effettuandosi una contrazione completa: l’avambraccio termina in completa flessione, supinato, e col braccio anteposto, ma partendo da un incompleto allontanamento dei capi di inserzione del Bicipite, ad esempio ad un’incompleta estensione dell’arto. In questo caso, un lavoro abituale di questo tipo, produrrà un accorciamento del ventre muscolare, e un mantenimento della lunghezza dei tendini. La lunghezza del muscolo in toto, a riposo, avrà subito una diminuzione. Risulterà diminuita anche l’ampiezza del movimento che potrà compiere il Bicipite, essendo diminuita la lunghezza del suo ventre muscolare.

Nel quarto caso, il movimento risulterà di ampiezza incompleta sia a carico della contrazione che dello stiramento: partirà da una posizione di non completa estensione dell’arto, e giungerà ad un’incompleta flessione dell’avambraccio. Con un abituale movimento di così limitata ampiezza, si accorceranno sia i tendini che il ventre muscolare, ed il muscolo in toto risulterà, a riposo, più corto. Dalle quattro condizioni sperimentali ora esposte, possiamo dedurre quale sia il lavoro specifico normale dei principali gruppi muscolari. È chiaro, ad esempio, che i muscoli del treno portante e di quelle prensile, che hanno una funzione dinamica e motoria, necessitano di movimenti di ampiezza completa (1° caso), rapidi e di grande ampiezza. Lo stesso dicasi del Gran Pettorale e dello Psoas. Viceversa, i muscoli delle docce vertebrali dorsali, dovranno lavorare in condizioni di stiramento incompleto e contrazione completa (3° caso), per attuare il raddrizzamento del dorso.

I lombari, dovranno essere allungati per ridurre la lordosi, quindi necessitano di contrazioni incomplete e stiramenti completi (2° caso). I muscoli addominali, dato che hanno una funzione di mantenimento delle posture e di contenzione dei visceri, vanno fatti lavorare come i dorsali, con contrazioni di ampiezza incompleta e contrazione completa: un allungamento di essi sarebbe quanto mai controproducente. Tutti questi muscoli, con l’esclusione di quelli del treno portante e prensile, devono attuare contrazioni lente e intense, perché si realizzi la loro funzione statica. Comunque, questi principi trovano la loro principale applicazione nel trattamento correttivo dei paramorfismi. Nelle scoliosi, i muscoli delle docce vertebrali della parte convessa, risultano allungati, e quelli della parte concava accorciati. Quindi il ripristino della normale lunghezza finalizzato al raddrizzamento della colonna, dovrà essere attuato con l’ausilio dei movimenti descritti. Anche nel caso delle ginocchia valghe o vare, si assiste ad uno squilibrio morfologico e funzionale tra muscoli adduttori e abduttori, che potrà essere ripristinato eseguendo movimenti di ampiezza incompleta del 2° e 3° caso.


Bibliografia:
Chinesiologia applicata per fitness e body building – Società Stampa Sportiva
Biomeccanica sportiva. Teoria e applicazioni – di Michele Fiorino